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Il colpo di coda del Pasticciaccio nella versione Campogalliani

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Più che del Pasticciaccio dovremmo parlare di Un maledetto imbroglio che Germi adattò per lo schermo con De Concini e Giannetti nel 1959. Vi attualizzava la...

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Più che del Pasticciaccio dovremmo parlare di Un maledetto imbroglio che Germi adattò per lo schermo con De Concini e Giannetti nel 1959. Vi attualizzava la storia di Gadda, quando per lo scrittore la vicenda scorreva nei giorni del ventennio fascista, e per di più ne conservava la sola fabula, e neanche Via Merulana sostituita con Piazza Navona. E neanche pensare di trovarvi il senso, la passione, il furore, la comicità della parola dell’Autore.

Un buon film peraltro, concentrato sul volto del commissario Ingravallo, di Germi stesso, che guardava a quel mondo di miserie morali con pietoso distacco, se non con la nausea che gli dava una realtà immobile, immodificabile, priva di significato. Su quelle espressioni conveniva Gadda, cui il film era piaciuto.

Nel testo che Mario Zolin propone sul palcoscenico del Teatrino d’Arco, ritroviamo quasi per intero la sceneggiatura del film (via le parti di periferia) con qualche innesto: una maggiore importanza al Commissario capo, più scene al parroco don Lorenzo, e la contessa veneta invece del commendatore, e più voce ai poliziotti.

Si parte in uno stabile romano, abitato da famiglie benestanti, turbate da un duplice misfatto che si verifica in appartamenti sullo stesso pianerottolo. La contessa Zabala subisce un furto di gioielli, e qualche giorno dopo succede il più efferato assassinio della bellissima signora Liliana. Le indagini sono affidate al commissario della Mobile, e a due poliziotti. Non mancano gli indizi, e presto si profilano i sospetti del tenebroso delitto. Ma quando il libro si chiude, nessuno finisce in galera.

La pièce, come il film, presenta invece un inatteso colpo di coda che inchioda il colpevole. E anch’essa introduce, su dialoghi in lingua corrente, battute per lo più in romanesco (non senza imbarazzo). Spartendo gli interrogatori al Commissario capo e le indagini a Ingravallo, assegnando ai poliziotti la funzione di opinione sul caso, la regia tripartisce i punti di vista. E così, rende di ordinaria routine il giudizio del crimine: non tragedia ma scellerata impotenza.

Archiviato Ingravallo, l’intervento critico segnala quanto sia lontana dal costume d’oggi la pietà che si disegnava sul volto tormentato di Germi.

Dei quattordici attori che con vari risultati si sono alternati sul palcoscenico sotto la guida di Zolin, ci piace ricordare le buone prove di Salvatore Luzio, quale commissario, di Diego Fusari, vedovo dell’assassinata, e Rossella Avanzi, che monologa da fantasma. Sobrie e funzionali le scene di Zolin e Fusari, e le musiche di Nicola Martinelli.

Alberto Cattini

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