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L’avventura di Giletti: «Nella mia arena sarà un mercoledì da leoni»

Dopo lo strappo con la Rai il conduttore riparte da La 7 Dall’8 novembre nuovo talk show con 15 servizi a puntata 

La Rai è il passato e lui vuole guardare solo al futuro. Anzi al presente. E il presente di Massimo Giletti è su La 7. La scelta dei vertici di viale Mazzini di cancellare dal palinsesto della rete ammiraglia il suo programma, “L’Arena”, è un argomento che il giornalista tratta con le molle. Piuttosto preferisce concentrarsi sul nuovo talk (ancora segreto il titolo, ma la parola “arena” ci sarà) che andrà in onda in prima serata dall’8 novembre.

I temi di attualità, il fatto del giorno, le inchieste su sprechi, privilegi, evasori, precari, furbetti del cartellino, gli ospiti e tanti servizi (“almeno 15 a puntata”) saranno alla base del nuovo programma. E Giletti promette: “Sarà un mercoledì da leoni”.

Cosa si porta dietro della “vecchia” Arena?

«La passione, quella non me l’ha tolta nessuno. Né la voglia di girare lo sguardo da un’altra parte. Darò voce a chi a chi non ne ha».

Cosa devono aspettarsi i telespettatori, cosa vedranno?

«Uno che sta dalla loro parte. Qualcuno che è stato accusato di essere populista ma che in realtà pensa che solo la politica che non vuole cambiare usa la parola populismo, e lo fa come alibi».

Parliamo di quello che è successo in Rai. Pensa ci siano motivazioni politiche dietro la scelta di cancellare il suo talk?

«Non entrerò in polemiche con il direttore generale (Mario Orfeo, ndr.), rispetto la sua libertà di fare questa scelta. Il mio unico dispiacere è per i quattro milioni di spettatori che guardavano l’Arena e pagavano il canone. L’Arena era il talk più visto d’Italia e credo che gli spettatori avessero il diritto di continuare a vedere quello che avevano scelto già da molti anni».

Ha fatto qualcosa che non è andato giù ai vertici?

«Ho fatto quattro milioni. Si vede che erano troppi».

Si sente tradito?

«No, sono abituato a vivere in trincea, ho avuto direttori come Leone, Del Noce, Mazza che mi hanno difeso e poi qualcuno non ce l’ha fatta. A sentirsi traditi forse sono gli spettatori».

Vuole fare causa alla Rai, intraprendere le vie legali?

«No».

Qual è la cosa di cui è più fiero del suo passato in Rai?

«Di essere sempre stato navigatore solitario, di aver portato politica e inchieste dove si facevano nani e ballerine. E di averlo fatto con sole forze interne alla Rai. Per me L’Arena era un fiore all’occhiello. Mi spiace che un prodotto creato in Rai sia stato chiuso».

Ha mai dovuto accettare compromessi?

«Sono uno che per non farli se n’è andato».

Forse questa volta il compromesso era il varietà che le hanno offerto al posto dell’Arena…

«No, era il modo per tenermi lontano dal mio Dna, giornalisticamente sono nato con Giovanni Minoli (Mixer, 1988, ndr.). E trovo quantomeno strano che si chieda a un giornalista come me di fare solo il varietà».

E quali libertà offre una trasmissione in una tv come La7?

«Ho scelto Cairo perché mi ha detto: “È libero di fare quello che vuole, purché sia un buon prodotto”. La7 fa informazione libera e io sono un uomo libero».

Cosa vuol dire fare servizio pubblico, alla Rai o su La7?

«Considerare chi ti guarda un utente e non un cliente, costruire un programma nel rispetto di chi c’è dall’altra parte dello schermo. Non devo vendere qualcosa, ma portare e dare qualcosa, è molto diverso».

Riuscirà a portare su La7 quei quattro milioni che la seguivano su Raiuno?

«L’importante è fare un mercoledì da leoni, realizzare un prodotto bello e televisivamente vincente. E se fai qualcosa di interessante la gente ti guarda, le prime puntate saranno faticose, ma poi i risultati arriveranno».

Rimpianti per come si è chiusa la sua carriera all’interno della Rai?

«C’è un prezzo per non avere un prezzo e io l’ho pagato andando via, ma ho mantenuto la mia dignità».



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