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Fiume, un artista poliedrico ispirato dai grandi del passato

In mostra alla Casa del Mantegna molte opere, tra le quali i nudi di donna, erotici ma ricchi di ironia. Alla vernice, oltre ai figli, anche Vittorio Sgarbi e Marisa Laurito, che dal pittore fu ritratta

MANTOVA. Inaugurare una mostra di lunedì non si fa mai. Ma il 23 ottobre era il giorno del compleanno di Salvatore Fiume e i figli, a vent’anni dalla morte avvenuta nel 1997, hanno voluto ricordarlo così, a Mantova, in un luogo magico come la Casa del Mantegna, «un artista che amava tanto» ha ricordato il figlio Luciano insieme alla sorella Laura. Ecco dunque un’esposizione, Fiume, a vent’anni dalla scomparsa (aperta fino al 18 febbraio), che ha richiamato moltissime persone, fra le quali Marisa Laurito, l’attrice oggi anche pittrice e scultrice, a cui Fiume fece un ritratto.

Le belle donne sono uno dei temi pittorici che Fiume amava di più, e al 2° piano della Casa del Mantegna (sotto c’è la mostra, da poco aperta, di Carlo Baruffaldi) la sala grande è proprio dedicata ai nudi, erotici, ma non privi di ironia. Fiume si divertiva a rappresentare le sue modelle ispirandosi a grandi pittori del passato, da Velasquez, a Tiziano, da Gauguin a Picasso. Ma il suo stile è inconfondibile.



La mostra racconta Fiume in modo chiaro, restituendo un artista del ’900 (1915-1997) molto noto, ma non nella sua complessità. Infatti, come ha spiegato nel saluto d’apertura Aldo Vincenzi, il sindaco di Sabbioneta, consigliere provinciale delegato per la cultura, Fiume è stato pittore, scultore, scenografo, illustratore, attento all’architettura. Fu amico di Giò Ponti e in una fotografia li vediamo insieme, come in un’altra è con Maria Callas. Per la Scala di Milano, Fiume creò scenografie indimenticabili, come per la Norma.

L’intervento di Renzo Margonari, uno...
L’intervento di Renzo Margonari, uno dei curatori della mostra


Ma c’è forse una sezione che colpisce in modo speciale: il ricordo dell’Andrea Doria, la bellissima nave da crociera italiana che affondò nel 1956 quasi davanti a Genova. Salvatore Fiume nel 1952 aveva realizzato Leggenda d’Italia, quadri che si sviluppavano sulle pareti dei saloni raccontando la storia e il mito del Paese. Dipingeva e scolpiva ovunque, persino sulle montagne, come fece in Etiopia, facendo risplendere di colori e figure proprio una parete e i declivi. Insomma, un artista complesso quello che si viene a conoscere in questa mostra, proposta dalla Fondazione Fiume (costituita dai familiari) e dalla Fondazione Antonio Ligabue di Parma (che sostiene anche quella su Baruffaldi), e curata da Marzio Dall’Acqua, Renzo Margonari e Vittorio Sgarbi, con l’organizzazione di Augusto Agosta Tota.



Il criterio cronologico non toglie fascino al racconto. Ma consente di apprezzare i passaggi. E i vari periodi, che Dall’Acqua e Margonari hanno spiegato come un modo dell’artista di avvicinarsi a un fenomeno, a una cultura, a un autore, per capirli e farli suoi, restando fedele a se stesso. Così c’è il periodo beat, una finestra sulla Swinging London che evoca i Beatles, Carnaby Street e il gusto per il collage e la pittura mischiati. C’è il periodo giapponese, in cui Fiume è affascinato dalla grafica, dai movimenti, dalla leggerezza potente tipici dell’arte nipponica. E poi il periodo spagnolo.

Un altro aspetto di Fiume è quello di mettere insieme artisti di epoche tanto diverse in una sua personale fantasia. Così troviamo l’angioletto di Raffaello che sembra ascoltare un po’ perplesso il cavaliere di Velasquez e una donna di Picasso ne L’incontro al vertice del 1984. Nelle Tre Grazie invece in dialogo sono messi elementi di Rubens e De Chirico.
 

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