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Lo scrittore-barista pubblica un romanzo

“La città senza nome” di Alessandro Lunardini, due lauree, la passione per il volley e il lavoro in un hotel

MANTOVA. «Sono nato a Mantova il 14 gennaio 1988. Dopodiché ho sempre vissuto con mia mamma, mia nonna e mia zia a Castelbelforte, dove ho frequentato le scuole materne, elementari e medie, e dove ancora oggi abito». Alessandro Lunardini comincia così a raccontarsi. «Poi il liceo scientifico Belfiore». Ma presto si accorse che più delle materie scientifiche gli piacevano le umanistiche. «E anche la pallavolo - prosegue - da quando avevo sei anni…».

Finito il liceo, scelse Filologia classica all’Università di Verona: «Dopo la laurea triennale mi iscrissi al corso magistrale di Linguistica». Due lauree. «E qui iniziò un momento molto difficile, non trovavo un’occupazione soddisfacente». Finché - dopo varie avventure nell’aspra selva del precariato - trovò un’occupazione regolare a Mantova in un hotel 4 stelle.

E la pallavolo? «Sono arrivato a giocare in serie B2 e B1, poi ho smesso, il lavoro non mi consentiva di continuare. Del mio lavoro, a contatto con tanti clienti stranieri, ero soddisfatto ma per dargli un senso volevo vivere un’esperienza all’estero». Una formazione professionale? «In Australia, sei mesi barista e cameriere in caffè e ristoranti a Sydney, precisamente a Bondi Beach, la spiaggia dei surfisti». E quando ritornò in Italia? «Venni di nuovo assunto dallo stesso hotel, dove sono addetto al bar».

In questo hotel, il mese scorso, Lunardini ha presentato il suo romanzo d’esordio, La città senza nome, pubblicato a Roma da L’Erudita, marchio di Giulio Perrone editore. La prossima presentazione sarà sabato 28 ottobre nel Centro polivalente della Biblioteca comunale di Castelbelforte.

«L’interesse per la scrittura è nato proprio mentre ero in Australia». Vuole dirci qualcosa del suo romanzo? «L’ho ambientato in una immaginaria Alba Longa, metropoli moderna e sovrappopolata. Lì Romolo e Remo, fratelli gemelli, sono cresciuti nel Palatino, quartiere periferico malfamato e degradato, dove vivono di furti, spaccio e altre attività illegali, ignari delle proprie origini». Quali? «Trovati da una cagna randagia vicino a un cassonetto, a prendersi cura di loro fu una prostituta, insieme a un piccolo spacciatore. In realtà sono nipoti del gangster Numitore, spodestato da suo fratello Amulio, che possiede una banca…».

Qualche aggancio con Roma antica e Mafia capitale? «Un giorno Romolo e Remo, con due amici, rapinano la banca, ma gli uomini di Amulio riescono a catturare Remo. Per liberarlo vogliono indietro i soldi della rapina». Li restituiscono? «Romolo, conosciute le vere origini sue e del gemello Remo, va da Numitore nel lupanare che gestisce per conto di Amulio nel quartiere Querquetulano, nel quale è costretta a prostituirsi Rea Silvia, figlia di Numitore e madre dei due gemelli...». Un romanzo davvero molto elaborato. «Nel bordello Romolo conosce Ersilia, prostituta sabina di cui si innamora», dice ancora Lunardini.

Fermiamoci qui, lasciamo la trama in sospeso. Quando non lavora, non legge e non scrive, cosa fa Lunardini? «Mi piace andare al cinema con la mia ragazza, o uscire con gli amici per una pizza o una birra», dice. Niente altro? «In inverno in montagna a fare snowboard». A raccontarci per primo del nuovo scrittore non ancora trentenne e del suo primo romanzo La città senza nome, è stato il poeta e commediografo Angelo Lamberti. Alessandro Lunardini è suo nipote.

Gilberto Scuderi
 

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