Quotidiani locali

Storie di persone costrette a spostarsi

Diverse vicende si intrecciano nella narrazione dell’autrice fino ad arrivare alla storia del padre, fuggito dal Vietnam

Line, la narratrice di Viaggiatore suo malgrado, il romanzo di Minh Tran Huy, appena pubblicato da obarrao, lavora per un’agenzia di produzione fonica. Registra e archivia suoni per il cinema, la radio, la televisione. Viaggia quindi sempre con un registratore per catturare le onde del mare, piuttosto che il traffico di New York, campane di chiese e i suoni dei bar all’aperto, il vento nei boschi piuttosto che la pioggia sull’asfalto. Paradossalmente Line registra anche i silenzi perché è diverso quello di una foresta rispetto alla mancanza di rumori di una strada deserta. Poi c’è il silenzio come non detto o rimosso ed è quello di cui parla il libro della scrittrice francese, figlia di genitori vietnamiti.

Si capisce dalle prime pagine che il nucleo vitale del memoir è nel rapporto padre-figlia e nel silenzio sul passato dell’uomo che anno dopo anno diventa sempre più pesante e misterioso per Line: “I musei erano diventati a poco a poco dei punti di riferimento, degli ancoraggi nel moto perpetuo che guidava i mei passi…Mi aggiravo al loro interno come dentro un bozzolo, ma senza avere l’impressione di esservi rinchiusa, perché ogni dipinto, ogni quadro, ogni scultura costituiva di per sé un universo: me lo aveva detto un giorno mio padre, che mi aveva trasmesso quella passione così come mi aveva trasmesso i suoi occhi neri, il suo carattere riservato e la sua distrazione. Non era un grande intenditore d’arte… ma ne era sempre stato attratto. Quando il piccolo contadino vietnamita che era, con il passare del tempo, degli studi e anche delle difficoltà, si era trasformato in un ingegnere francese in grado di provvedere alle esigenze della sua famiglia, mio padre aveva cominciato a varcare le porte di quei templi della cultura”. La scoperta che ognuno di noi a un certo punto della sua infanzia fa che i nostri genitori hanno avuto una vita prima di noi, la consapevolezza insieme fonte di curiosità ma anche di stupore che mamma e papà sono stati bambini e il voler sapere come e con chi hanno vissuto da piccoli di solito porta a un dialogo affettivo intenso e coinvolgente.

Per Line e suo padre non è così: lui si sottrae sempre quando si parla del suo passato in Vietnam, non vede la necessità di rievocarlo: “A suo dire erano solo vecchie storie che era inutile rinvangare. Io ero nata in Francia e non avevo mai conosciuto la penuria di soldi e di cibo, il lutto, gli scontri mortali che avevano spinto i miei genitori all’esilio: perché non lasciarmi in un’ignoranza che era anche una grazia?”. Solo alla fine della vita il padre la mette a parte del suo passato, attraverso le figure dei cugini con cui è cresciuto e che hanno avuto un destino diverso dal suo. Ma in Viaggiatore suo malgrado sembra che Minh Tran Huy debba preparare il terreno prima di arrivare alla storia del padre, che è un doloroso capitolo della storia del Vietnam.

E così ci racconta l’incredibile esistenza di Albert Dadas, operaio francese ammalato di dromomania, una forma di follia del fuggiasco. Albert infatti appena sente nominare un paese deve fare di tutto per raggiungerlo abbandonando casa, affetti, lavoro. Poi ci sono i viaggi, compreso l’ultimo, quello della speranza naufragata, dell’atleta somala Samia e i viaggi della protagonista per cercare i suoni da archiviare per il suo lavoro. Infine la voce del padre che evoca l’infanzia felice nella tenuta agricola della famiglia in Vietnam e le successive persecuzioni sino alla decisione di lasciare il paese per cercare un futuro migliore in Francia.

Viaggiatore suo malgrado racconta di andate e ritorni, viaggi obbligati e perdita di radici, ritorni mancati, ingiustizie, speranze, mancanze, ricordi preziosi e silenzi densi e pieni di parole non dette. Perché il silenzio diventa scudo dalla memoria, un velo steso sui lutti e le sofferenze del passato.

Simonetta Bitasi

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