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Gli antenati dell’Arlecchino d’oro che diventò un risotto con il Baffo

La mamma mantovana di un Arlecchino, d’oro prima di Massimo Ranieri e infatti a riceverlo, giusto 10 anni fa, era Enrico Bonavera, attore genovese che, dopo Ferruccio Soleri, più di tutti porta in...

La mamma mantovana di un Arlecchino, d’oro prima di Massimo Ranieri e infatti a riceverlo, giusto 10 anni fa, era Enrico Bonavera, attore genovese che, dopo Ferruccio Soleri, più di tutti porta in scena lo straordinario personaggio goldoniano e “sempre con Mantova nel cuore” come confessava alla Gazzetta.

Tra i motivi, in primo luogo quello delle radici familiari. Una storia iniziata a San Benedetto Po e con Oliviero Olivari, nato nel 1880 da Luigi e Morselli Maria, emigrato a Genova dove si impiegava all’anagrafe comunale. Salva una parentesi a Venezia, sotto la Lanterna trascorreva il resto dei suoi giorni, campando fino a 94 anni. Riposa a Sampierdarena, accanto alla moglie Lita.

Era un bell’ingegno, con una passione per il teatro: scriveva commedie in genovese, rappresentate e poi pubblicate, collaborava con il famoso Gilberto Govi, ma tornava a Mantova con il dramma “Belfiore”, rappresentato dalla Campogalliani nel 1946 al Bibiena, poi replicato al Sociale il 7 dicembre 1949, commemorando i Martiri di Belfiore.

Ecco, da Lita e Oliviero nasceva Neda, la mamma di Enrico Bonavera, insegnante, mancata a Genova nell’ottobre 2014, con rimpianto degli alunni. Storia per storia, mantovana e sempre in tema, devo riandare alla primavera del 1996 quando, a Stradella, avveniva un incontro già singolare nel luogo, il ristorante Armellino: non si dica subito, ecco il solito errore di stampa, si dice ermellino mentre non si radunavano pellicciai. Armellino era un cavallo dei famosi allevamenti gonzagheschi, scelto come insegna del suo ristorante dal Ghidetti, che di nome è Giulio, ma rimarrà per tutti e per sempre Baffo. Gli altri intorno al tavolo (ci crediate o meno, non imbandito) erano: Umberto Artioli e Siro Ferrone, professori, storici del teatro; Eristeo Banali, architetto, assessore alla cultura del Comune di Mantova e il cronista vostro, accettato per aver ravanato nell’archivio diocesano, con cristiana sopportazione di Licia Mari e di monsignor Giancarlo Manzoli, fino a trovare che Tristano Martinelli (Mantova 1557-1630), il grande attore, creatore del personaggio portato sulle scene europee, era stato battezzato in Ognissanti, più altri dettagli famigliari giudicati non privi di interesse biografico.

Con Francesco Bartoli, Artioli aveva già maturata l’idea di quella che sarebbe diventata la Fondazione Mantova Capitale europea dello spettacolo, ne accennava ma, in allora, il recupero d Arlecchino si realizzava per aver coinvolto Giorgio Badari, sindaco in carica di Bigarello e con fondati motivi: “Me son quel bel Molin de Bigarel/ Aquistat d’Arlechin Comic famos” recita la lapide nella corte, senza più molino, di Bigarello, quindi con la storia si era a posto.

Detto e fatto: sabato 9 giugno del ’96, Bigarello intitolava a Martinelli una piazza. Sulla quale Arlecchino appariva davvero, per la straordinaria partecipazione di Enrico Bonavera. Veniva direttamene da Parigi e accettava sorridente l’improvvisato palcoscenico, applauditissimo. Di suo, intanto, Baffo Ghidetti ci aveva messo l’invenzione del Risotto Arlecchino, ovviamente multicolore e multi sapore.



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