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Disadorna, ecco il libro di Franceschini

La presentazione dell’ultimo lavoro del ministro mercoledì 8 novembre alle 18 all’Ibs+Libraccio

Si apre su una distesa di pianura infinita il nuovo libro di Dario Franceschini, Disadorna e altre storie, edito da La nave di Teseo. Mercoledì 8 novembre, alle 18, il ministro della Cultura sarà ospite della libreria Ibs+Libraccio di Mantova (in via Verdi 50) per presentarlo insieme al direttore della Gazzetta di Mantova, Paolo Boldrini.

Si tratta di una raccolta di racconti che prende il largo con Paco Tovar alla finestra, un uomo alla ricerca dell’ispirazione perduta. Il protagonista è pronto a lasciarsi alle spalle il superfluo: attraversa l’oceano per raggiungere una terra densa di storie.

“Disadorna” sottintende la vita stessa?

«Un autore dopo che ha licenziato le bozze dovrebbe scomparire; vorrei che il lettore interpretasse liberamente. Nel caso del titolo, il protagonista cerca un luogo disadorno, perché più è circondato dal vuoto, più risalta l’ispirazione e riesce a mettere a fuoco i pensieri. La vita è troppo colorata».

Perché sono proprio le piccole cose a renderci felici?

«La maggior parte dei miei personaggi trova la quiete nella semplicità dei momenti quotidiani, essenziali, piuttosto che in grandi eventi o nel successo».

E cosa c’entra il suo vissuto con questo approccio?

«Il mio passato si mescola al loro presente, all’invenzione che rende tale un’opera letteraria. Personalmente cerco l’autenticità di una giornata nei rapporti umani, quelli veri, non nella sfera pubblica che ne prende la gran parte. Mi preme di più la parola di un amico che un applauso».

Scrivere l’ha aiutata ad assimilare certi ricordi?

«No, non è soltanto questione di nostalgia. Quando attraversi un corridoio tutte le mattine, gli oggetti che lo caratterizzano scompaiono ai nostri occhi, sebbene ci fossimo affezionati. Ma nel momento in cui cambi casa e ripensi a quel tratto abitudinario, quegli oggetti riaffiorano sotto una nuova luce, specie se ti erano appartenuti. Conosco ogni pietra, ciottolo o finestra di Ferrara, e quando mi sono allontanato sono diventati ancora più vividi».

Il tono ironico e leggero con cui scrive è per non prendersi troppo sul serio?

«Non ho cercato un compromesso con me stesso, mi è venuto naturale. Preferisco i libri che scorrono, nei quali la lettura è resa immediata. Questo non significa banalizzare, ma voler trasmettere qualcosa. Ostentare erudizione mette in difficoltà».

L’atmosfera del delta padano ha dato i natali a numerosi intellettuali. Quali sono i suoi di riferimento?

«Spero di essermi avvicinato al realismo magico del quale ammiro le penne. Pensando all’esperienza di Márquez, mi piace l’idea che la tradizione latino-americana derivi da personalità come Zavattini, Antonioni e il pittore Ligabue». (m.b.)
 

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