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Che Guevara il mito che resterà immortale

Con Oldrini e Manfellotto ripercorsa la vita del rivoluzionario

MANTOVA. Che Guevara è ancora un mito a 50 anni dalla morte, la sua faccia viene ristampata sulle magliette, da cui sono scomparsi Lenin, Mao e persino Mandela. Eppure il Che era un guerrigliero e dopo aver guidato vittoriosamente la conquista dell’Avana ed essere stato ministro nel primo governo di Fidel Castro, tornò a combattere per portare la rivoluzione ai disperati che però non lo capivano. In Africa e poi in Bolivia, dove fu ucciso.

Del Che Guevara si è parlato ieri nella sala conferenze della Gazzetta, affollatissima, all’incontro con il direttore Paolo Boldrini organizzato con Rosso di sera, l’associazione per la storia della sinistra a Mantova – come l’ha presentata Roberto Borroni – per parlare del libro dell’Espresso con l’ex direttore della Gazzetta Bruno Manfellotto, che ne ha impostato il progetto. E per ascoltare l’unico giornalista europeo che assistette alla scoperta dei resti di Che Guevara, sepolto senza tomba.

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Giorgio Oldrini, che a sua volta ha curato il libro “Che Guevara, mito e realtà” (edizioni Interno) era inviato di Panorama nel 1997 quando seppe che i cubani cercavano le ossa, da un uomo conosciuto a Cuba negli 8 anni (1975-84) da corrispondente dell’Unità. Seguì anche la visita a Fidel Castro di Berlinguer, accompagnato dal mantovano Renato Sandri, oggi 91enne. E Oldrini lo ha ricordato: «Nessuno conosceva l’America Latina come lui». Il mito resiste: «Il libro in due mesi – ha detto Manfellotto - ha già venduto 30mila copie, ed è ancora in edicola (12,90 euro più il prezzo dell’Espresso). Ero dubbioso, ma l’estate scorsa in Turchia ho visto un ragazzo che si faceva tatuare la faccia del Che».

La foto fu scattata da Alberto Korda che la regalò a Giangiacomo Feltrinelli che la riprodusse in infiniti poster per le stanze dei ragazzi. Il libro, ha spiegato Manfellotto, comprende servizi storici dell’’Espresso, di Gianni Corbi e di Jean Paul Sartre, che volle farsi cronista per raccontare la piccola isola che aveva sfidato la potenza mondiale degli Stati Uniti. Ci sono poi articoli scritti oggi per spiegare ai giovani chi era quel rivoluzionario, bello, sorridente, con il sigaro e il basco che faceva impazzire le donne. Anche se Natalia Aspesi, in controtendenza, scrive che era l’eroe dei maschi. L’altro punto di forza del libro sono le tante fotografie, anche inedite.

Che Guevara è diventato un mito perché è morto giovane e anche per la forza delle immagini, il sorriso e poi il cadavere che ricorda il Cristo Morto del Mantegna.

«Io credo che sia piaciuta la sua coerenza, in un continente dove alle parole quasi mai corrispondono i fatti» ha detto Oldrini. «Era un guerrigliero e ha ucciso, sparava, ma andava a farsi sparare». Non gli interessava gestire il potere, ma diffondere la rivoluzione. Per questo si separò da Fidel Castro. E i giovani che vogliono credere nei sogni, ha detto Manfellotto, si sono affezionati a quel giovane medico, di famiglia borghese, che va a combattere. Cuba, è stato notato, è un’ isola insignificante, che ha saputo sbarazzarsi di un dittatore pieno di armi e di spie, e poi resistere agli Usa e al “tradimento” dell’Urss. «Castro è morto nel suo letto, con i messaggi di un papa argentino e di un presidente americano nero» ha detto Oldrini. Che alla domanda sul futuro di Cuba, ha risposto: «Con Obama, bene. Con Trump ho qualche dubbio. Ma gli Usa temono un arrivo incontrollato di nuovi esuli, per di più imparentati con la classe dirigente di Miami».

Maria Antonietta Filippini


 

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