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Freddi, una Fondazione con 300 capolavori

L'imprenditore mecenate. Con il patrimonio d’arte mostre in Ducale e prestiti ai musei

MANTOVA. Romano Freddi visitò la Camera degli Sposi poche settimane prima di morire. In sedia a rotelle, debole nel fisico, ma lucidissimo, spiegava al direttore del Ducale, Peter Assmann, di voler mettere tutto il suo tesoro d’arte, raccolto in una vita, a disposizione di tutti. «Nella stanza del Mantegna - ricorda Assmann – era felice, sereno, l’arte ammorbidiva i lati più spigolosi del suo carattere». La Fondazione, pensata con la moglie Raimonda, e che infatti porta i loro due nomi, Roma ...

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MANTOVA. Romano Freddi visitò la Camera degli Sposi poche settimane prima di morire. In sedia a rotelle, debole nel fisico, ma lucidissimo, spiegava al direttore del Ducale, Peter Assmann, di voler mettere tutto il suo tesoro d’arte, raccolto in una vita, a disposizione di tutti. «Nella stanza del Mantegna - ricorda Assmann – era felice, sereno, l’arte ammorbidiva i lati più spigolosi del suo carattere». La Fondazione, pensata con la moglie Raimonda, e che infatti porta i loro due nomi, Romano Freddi è riuscito a costituirla dopo averne parlato con Sergio Cordibella e poi con Stefano L’Occaso.

«Prima di morire Freddi ha ottenuto l’autorizzazione giuridica» conferma il notaio Francesco Besana. A gennaio, finito l’inventario, sarà noto l’elenco di opere della Fondazione. Che sono oltre trecento, le più belle e preziose. Dunque oltre alle 84 già a Palazzo Ducale in comodato, anche quelle ancora nella villa di San Silvestro. Una la comprò di recente, il ritratto di Eleonora Gonzaga imperatrice d’Austria. In marzo lo annunciò e disse: “Per ora sta a casa mia, poi si vedrà”.

E il 14 dicembre l’abbiamo ammirata sulle scale della villa. La Fondazione infatti ha voluto annunciare l’accordo con Palazzo Ducale e ringraziare i figli Franco e Federica Freddi, oltre alla moglie Raimonda, proprio nella villa del commendator Romano. Nel salone, quadri, gruppi lignei come una dolcissima Madonna nell’atto di accettare l’Annunciazione. Nell’ingresso vasi dell’Antica Grecia, maioliche, bronzetti; un magnifico Della Robbia l’industriale lo teneva nel suo studiolo, con la bandiera americana e quella del Regno d’Italia, che svettano anche fuori, perché Romano Freddi era monarchico. Nel salone c’è il consiglio di amministrazione della Fondazione: il vicepresidente Peter Assmann, Roberto Tosi, con Freddi per 43 anni, da ragioniere a consulente finanziario, e il manager di Mantua surgelati Stefano Righetti, che affiancò nella catalogazione Stefano L’Occaso, anche lui nel cda ma ieri a Roma. Lo storico dell’arte, oggi direttore del Polo museale lombardo, scelse con Freddi le opere e le studiò. E c’è il presidente della “Fondazione Romano e Raimonda Freddi”: Enzo Tonghini, ex assessore allo sport, rappresenta l’altra grande passione di Freddi. «Amava la politica, di destra, conservatore ma aperto al futuro. Amava l’arte, voleva riportare a Mantova il patrimonio disperso, come il ritratto di Francesco IV bambino del Rubens. E amava lo sport. Il calcio, tifoso dell’Inter e del Mantova di cui fu presidente, e il tennis. Io – ricorda Tonghini - lo vedevo tutti i giorni al Caffè del Sociale».

«Seduto sul suo trono, mi disse: sarai il presidente della Fondazione. Io non mi sentivo all’altezza – continua l’ex calciatore - . Ma lui tirò dritto: voglio che le mie opere non siano disperse e la sede sia prestigiosa, adeguata al mio nome». Insomma il Castello di San Giorgio. «Così sarà, non necessariamente nelle sale attuali, troppo piccole - spiega Assmann -. E organizzeremo mostre, direi dall’autunno 2018, una sul collezionismo mantovano del Cinquecento e una sulla figura del Collezionista, in cui si parlerà anche di lui. Si farà didattica e anche prestiti ad altri musei». Perché Romano Freddi, conclude Tonghini, «comprava per sé, ma pensando a tutti». E come imprenditore, ha lasciato 11 aziende, con 900 dipendenti, più l’indotto.

Maria Antonietta Filippini