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cieli d’europa 

La rovina, punto d’equilibrio tra passato e futuro

Il saggio di Settis parla anche di Rinascimento come rifioritura di civiltà in ogni luogo

L’oculo con putti e fanciulle, particolare della volta della Camera degli Sposi di Mantegna nel castello di San Giorgio di Mantova, è sulla copertina del libro di Salvatore Settis “Cieli d’Europa”, edito dalla Utet. Un saggio scandito in 15 capitoli su cultura, creatività, uguaglianza in un momento che vede il continente, e noi che lo abitiamo, assediato “dalle rovine di una crisi che ci tormenta e di cui rischiamo di non vedere la profondità e la minaccia”. La rovina, come punto di equilibrio tra passato e futuro, serve a pensare al presente e a trovare nella crisi - questo è il problema da risolvere - “il seme di un qualche riscatto”. Come a significare che il mondo è vasto e complesso, e che noi europei ne siamo solo una parte, ricca e civile ma non preponderante, Settis parte dal 1770, quando la nave britannica Endeavour, al comando di James Cook, avvista le coste di quella che oggi chiamiamo Australia. Gli aborigeni Gweagal non hanno mai visto un veliero, non sanno cosa sia. Sanno invece cos’è una scialuppa, simile alle loro piccole imbarcazioni. È solo un aneddoto, nemmeno verificabile, ma la dice lunga su come noi esseri umani, tutti (cosiddetti “primitivi” e cosiddetti “evoluti”), percepiamo le cose. È dall’esperienza che leggiamo la realtà, ciò che accade. Non siamo portati ad analizzare, ma a riconoscere sulla base di ciò che sappiamo per averlo vissuto. In sintesi, vediamo “quel che vogliamo vedere”, non ciò che sta davvero accadendo. Un secondo spunto di Settis è l’iconoclastia, intesa come distruzione. I “bruciamenti”, o roghi della vanità, inscenati a Firenze nel 1497 da Girolamo Savonarola. Quelli di libri, come in “Fahrenheit 451”, racconto di Ray Bradbury e poi film di Truffaut. L’abbattimento di statue, non solo di dittatori ma anche i reperti di civiltà antiche, come è avvenuto nel 2001 ai Buddha di Bamiyan e più di recente a Mosul e a Palmira. Settis ci parla del Rinascimento che dalle rovine dell’Impero Romano seppe cogliere “i semi di una nuova vita, di una possibile ricostruzione”. Un Rinascimento non inteso come sinonimo di alta cultura o di elitismo, né come monopolio distintivo italiano e europeo, ma come rifioritura di civiltà in ogni luogo. Dobbiamo quindi parlare di “rinascimenti”. Nella cultura hopi, studiata in Arizona alla fine dell’800 da Aby Warburg, c’è il racconto della storia del mondo come alternanza di morti e rinascite. Forme analoghe di questo mito si trovano tra i sioux e altrove. Nella sua lunga carriera Settis ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute, a Pisa la Scuola Normale Superiore, è stato presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e uno dei founding members dell’European Research Council, a Mantova ha fatto parte del Centro internazionale di Palazzo Te.

Gilberto Scuderi

Salvatore Settis,

CIELI D’EUROPA,

Utet, 112 pag., 12 euro

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