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Io e le auto, una cosa sola

A 70 anni il pilota mantovano è ancora in pista: gli esordi risalgono al 1966

A 70 anni Luigi Moreschi non se la sente proprio di appendere il casco al chiodo. «Sono ancora abbastanza veloce, il piede resta pesante - rassicura - e fino a quando reggo il confronto con i colleghi continuerò a gareggiare sporadicamente, anche senza più prendere parte a campionati interi. Il giorno in cui mi sentirò inadeguato toglierò il disturbo». Analisi lucida e sacrosanta quella del pilota più longevo della provincia, divenuto poi apprezzatissimo restauratore-preparatore di gioielli d'epoca, grazie alle sue invidiabili capacità di metter mano alle vetture. Una settimana fa l’Aci Mantova gli ha organizzato un compleanno coi fiocchi, che gli ha permesso di tagliare idealmente il traguardo del mezzo secolo di attività. «La mia prima macchina fu una Mini a cui si ruppe il piantone dello sterzo spedendomi in un fosso. Era il 1966. Sempre con la Mini Cooper l’anno seguente partecipai al campionato italiano delle gare in salite, con buoni risultati. Così, nel ’68 passai all’Abarth, dividendomi tra salite e circuiti, con modelli differenti: la 695, la 850, la 1300 8T. Due stagioni di apprendistato e nel 1970 vinsi il Campionato italiano velocità della montagna. Il titolo assoluto arrivò al termine di una quindicina di prove distribuite in tutta Italia, con la vettura della Brescia Corse. Mi stavo imponendo all'attenzione degli intenditori». Tanto che il suo nome finisce nella lista dei possibili piloti ufficiali. Ma tra tante cose che Moreschi ha fatto ce n’è anche una che non si è sentito di realizzare. «Come premio ebbi la possibilità di correre la 1000 Km di Zeltweg, valida per il Mondiale Marche (poi Sport Prototipi, ndr), che in quegli anni valeva quanto la F.1. Io e “Pam” (pseudonimo del bresciano Marsilio Pasotti, ndr) vincemmo la nostra classe, ritrovandoci alla fine noni assoluti, dietro alle fortissime Porsche. Basti pensare che in griglia davanti a me partiva un certo Niki Lauda, appunto su Porsche, ormai prossimo al debutto in F.1. Beh, a fine ’70 mi chiama Carlo Abarth, offrendomi un sedile per le gare del Mondiale 1971. In cambio avrei dovuto trasferirmi a Torino e lavorare 8 ore al giorno nella sua azienda, sviluppando le nuove auto e collaudando quelle dei clienti. Non me la sentii di abbandonare l'azienda agricola che mio padre, appena scomparso, aveva messo in piedi in campagna. E così quel posto fu offerto ad Arturio Merzario, la cui carriera ha poi preso la piega che tutti sappiamo».

Il treno più veloce è passato, Moreschi però continua a togliersi soddisfazioni al volante. «Feci due annate con la Ms, una Sport che non aveva certo le possibilità dell’Abarth, quindi passai per il biennio '’73-74 alla De Tomaso. Con la Pantera presi parte al Giro d’Italia e continuai tra pista e salite correndo occasionalmente nel Mondiale Marche, ora con “Gimax”, “Amphicar”, Giorgio Francia e altri. Un anno arrivai secondo assoluto alla 1000 Km di Monza, un’altra volta terzo. Al volante di una Porsche del team Sport Wagen ho dominato la 6 Ore di Vallelunga, nel 1978. Al Giro d’Italia del '79 ero con “Amphicar” e Bini e gli avversari di classe si chiamavano Villeneuve-Alen e Patrese-Röhrl. A livello internazionale chiusi con le ruote coperte nel 1982 con l’Osella ma già da qualche anno disputavo il campionato italiano con le Lucchini del compianto Giorgio. Ah, dimenticavo: ho vissuto gli anni ruggenti della Targa Florio, tre edizioni iridate e altrettante tricolori. Nel ’73, mentre la Sicilia si apprestava a congedarsi dal calendario del Mondiale chiudevo al quarto posto aggiudicandomi il successo di categoria. Un’eccezione, questa: alla Targa non ho quasi mai visto il traguardo». Tutto è archiviato in modo preciso, nell’album dei ricordi che Moreschi ha ben chiaro in testa: «Ho corso anche in Formula, sa? Nel ’68 in salita con le F.3, in F. Ford nel 1973-74 e al campionato europeo di F.3 nel 1984, quando a Pergusa non c'erano ancora le varianti. A proposito di circuiti, preferire quelli di un tempo mi pare un’ovvietà. Di spettacolare ci è rimasto il Mugello, Monza ha ancora un certo fascino ma non è più quella di una volta. E poi adoro Digione, che per rimanere com’era è uscita dal grande giro». Prendere l’attività di pilota con un atteggiamento sereno lo ha aiutato a farsi ben volere: «Inutile portarsi dietro crucci, correre in auto è un privilegio. Ripenso agli amici che ho perduto. “Noris” alla Malegno-Borno, nel 1971. In quegli anni eravamo spesso insieme. Oppure “Riccardone” nella cronoscalata Castione Baratti-Neviano degli Arduini. Io per fortuna non ho mai avuto incidenti seri in gara. E ho finito per farmi male in un frontale nel traffico, andando da Mantova a Cerese». Una curiosità, in officina ora fa ringiovanire le auto che ha guidato. «Sì, ormai sono divenute storiche quelle fino al 1990, quando correvo già da un po’. Sono il segno del tempo che passa...».

Gian Paolo Grossi

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