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Un puzzle che si ispira al teatro e al cinema degli anni Cinquanta

Woody Allen firma un progetto sicuramente ambizioso ma con materiali abusati e troppe canzoni d’epoca

“Wonder Wheel”, la grande ruota girevole che dà il titolo al film di Woody Allen, campeggia tra le giostre del Luna Park a ridosso della spiaggia di Coney Island, nel corso degli anni ‘50. A produrre la vicenda è Mickey (J. Timberlake), bagnino, studente e aspirante drammaturgo. Rivolgendosi agli spettatori come autore, abbozza una sua storia, che diventa il plot del film. Convoca l’eroina, Caroline (J. Temple), che è alla ricerca del padre Humpty (J. Belushi), addetto alla giostra dei cavalli. E parte il girotondo. La ragazza, orfana di madre e fuggiasca dal marito gangster, trova prima del padre, Ginny (K. Winslet), la sua matrigna. La quale, cameriera affaccendata in un bar sulla spiaggia, deve sostenere la vulnerabile vita del secondo marito alcolista, e controllare il figlio piromane avuto dal primo. Tre più uno sono i personaggi di Mickey, e lui stesso si mette in mezzo per il tramite di Ginny, di cui rivela d’essere diventato l’amante all’inizio dell’estate. Non tardando a incontrare Caroline, e innamorandosene, giustifica la ruota del titolo. La finzione non è che il velo della vita. La struttura è assai complessa e verbosa: procede secondo l’immaginazione del bagnino/studente, ma poi come pretende Pirandello, Ginny prende la mano all’autore. Eterna aspirante attrice, ella recita molte parti. Ogni angolo è per lei come il set di un film: sopporta il ruolo di cameriera, e altrettanto quelli di moglie di un marito che urla a più non posso, e di madre di bambino che dà fuoco anche ai manichini per punirla dei tradimenti. Le piace interpretare l’amante appassionata, e gelosissima, che mira a infrangere la rete delle bugie sposando il bagnino. Mickey fiuta il pericolo, e per il suo quarantesimo compleanno le regala il testo di Eugene O’Neall, “The Iceman Cometh” del ’46 (in Italia è tradotto con “Arriva l’uomo del ghiaccio”, nel ’66, per la regia di Squarzina). Di là del titolo che è una battuta del commesso viaggiatore Hickey (sta per “torni a casa e trovi tua moglie a letto con l’uomo del ghiaccio”), conta la morale del protagonista: l’arido vero si regge sulle illusioni, sulle bugie, se te ne allontani, rischi di ucciderti. Ed è il rischio di Ginny che giunta sull’orlo di una crisi fatale, torna attrice interpretando “Un tram che si chiama desiderio”, identificandosi con Gloria Swanson di “Sunset Boulevard”. “Wonder Wheel” è come un puzzle i cui tasselli sono presi dal teatro e dal cinema degli anni ’50. Un progetto ambizioso, ma con materiali abusati, e troppe canzoni d’epoca. Ma c’è la carta vincente, e la gioca Kate Winslet, che compie il singolare tour de force d’essere e recitare allo stesso tempo. Nel finale giostra da togliere il fiato. Accanto alla fuoriclasse britannica mettiamo il genio italiano di Vittorio Storaro, più volte premiato, anche con l’Oscar, per la fotografia dei film di Bertolucci. E qui torna a praticare la sua fisiologia del colore, e se rende il suo volto molto bello, illumina la scena e il corpo a seconda della situazione. Nei preliminari coniuga i capelli rossi con il rosso acceso del neon, negli appuntamenti, la vestaglia e il corpo con un beige carne, i dialoghi di Caroline con un ghiaccio, e con la notte la sua scomparsa, e con il faro bianco l’ultimo sguardo. Il cinema è vita e colore.

Alberto Cattini

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