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IL LIBRO

Viaggio nella mente dell’investigatore

Il colonnello e lo psichiatra a confronto su metodi e rischi «La verità processuale non combacia con quella storica»

MANTOVA. «Senza se e senza ma» si sente spesso ripetere nel discorso pubblico, come un mantra facile, buono a smentire la complessità del quotidiano, solcato da dubbi e incertezze. A ricordarci che ipotesi e interrogativi sono materia viva, e inevitabile, ecco il colonnello Fabio Federici, comandante provinciale dei Carabinieri di Mantova, e lo psichiatra Alessandro Meluzzi, psicologo forense e criminologo, prof universitario e ospite fisso in tv. Coautori, Federici e Meluzzi, del saggio “Il se e il ma delle investigazioni” (Oligo editore), che riannoda e sviluppa i temi trattati dai due durante un convegno dallo stesso titolo in Accademia Virgiliana, nel 250° anniversario della sua istituzione. Dove il colonnello e lo psichiatra torneranno il 20 gennaio a continuare il confronto e a presentare il libro (alle 11). Un saggio che trae forza e interesse dalla diversità dei toni che mescola: ordinato e rigoroso il punto di vista di Federici, arrembante l’altro di Meluzzi.

Il punto di contatto è nella consapevolezza che la verità accertata nelle aule dei tribunali è sempre relativa, mediata dalle emozioni di chi investiga e dalla personalità chi giudica, e, nei casi più estremi, inquinata dall’attenzione morbosa dei mass media che orientano l’opinione pubblica. «Le sentenze non sono mai verità storica, ma sono solo verità processuale e raramente le due combaciano – annota Federici – anche una confessione potrebbe rivelarsi una menzogna o una simulazione». «La verità va ricostruita in un’aula di giustizia con il vincolo e il limite etico, deontologico e giurisdizionale di tenere distinta la verità sostanziale da quella giudiziale – osserva Meluzzi – che sono due entità radicalmente diverse».

Più ordinato, ma non meno appassionante, il punto di vista del colonnello, perché il comandante dei carabinieri mette in fila protagonisti, passi e tecniche investigative, tracciando un cerchio che è filosofico, criminologico e giuridico. Onesto, Federici, nel raccontare l’indagine come penosa e faticosa, «una lunga gara a ostacoli». Coraggioso, anche, nell’operazione di scandagliamento della psiche e della mente dell’investigatore, minacciato dall’abitudine alle atrocità a cui esposto («se guardi nell’abisso, l’abisso guarderà in te» avvertiva Nietzsche) e dal rischio di innamorarsi di un’ipotesi, restando cieco alle altre. Ma, se, alla fine, Federici individua le soluzioni per accorciare la distanza tra verità sostanziale e giudiziale, governando anche l’attenzione dei mass media – a partire dal lavoro di squadra – Meluzzi approda a conclusioni più radicali.

Parte da lontano, lo psichiatra, dalla tragedia greca così vicina, con la sua grande pedagogia popolare, ai drammi della cronaca di oggi. Drammi che costellano una società sempre più sfilacciata, «in cui predomina l’atomismo, la rottura del legame, la cancellazione delle figure genitoriali». Una società che la globalizzazione proietta in un orizzonte di opportunità, mentre «destruttura i contesti di vita comunitari tradizionali, producendo anche la crisi del singolo individuo». Per questo il criminale non è l’orco lontano dal nostro mondo, ma spesso vive con noi. E se «un buon investigatore deve essere sempre pronto a ripartire da zero», il guasto prodotto dalla mediatizzazione ha mutato la natura del processo penale. «Il tempo del processo nelle aule di giustizia è inesorabilmente finito» annota Meluzzi, una volta arrivati all’avviso di garanzia e all’arresto i giochi sono già fatti. E indietro non si torna.

Altro punto di contatto tra il colonnello e lo psichiatra: entrambi devolveranno i diritti dei libro all’Opera nazionale di assistenza per gli orfani dei militari dell’Arma dei Carabinieri. E poi, anzi, prima, a comporre i due punti di vista c’è la dedica in apertura del saggio: «In memoria di tutti gli investigatori che hanno donato la vita per il bene comune».

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