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l'intervista

L’appello per la pace di Cecilia Strada: «Cambiamo lo sguardo per fermare le guerre»

L’ex presidente di Emergency presenterà il suo primo libro sabato 27 gennaio al Carbone. «Un filo rosso lega profughi e responsabilità dell’Occidente»

MANTOVA. Un filo rosso lega i richiedenti asilo presenti in Italia e le guerre combattute in altre parti del mondo con le armi prodotte nel nostro Paese. Un legame che sfugge ai più e che spesso viene trascurato di proposito nel dibattito politico. Sì perché rendere pubblica la verità fa perdere consensi. «Sono andata lontano per capire quello che succede qui» è il sottotitolo di “La guerra tra noi”, il primo libro di Cecilia Strada (edito da Rizzoli), che sarà presentato a Mantova al cinema del Carbone dall’autrice e da Lella Costa. Un evento organizzato da Librerie Coop Nautilus in collaborazione con Festivaletteratura. L’appuntamento è per sabato 27 gennaio alle 18.

Cecilia Strada è figlia di Gino Strada e di Teresa Sarti ed è nata nel 1979 a Milano. Ha studiato Sociologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e da sempre si occupa di promuovere una cultura di pace e rispetto dei diritti umani. Per otto anni è stata presidente di Emergency, organizzazione non governativa italiana che fornisce assistenza gratuita alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Dalla sua esperienza è nato un libro che senza retorica vuole far luce sui rapporti di forza tra chi decide e chi è vittima e che invita il lettore a cambiare il proprio sguardo per immaginare un futuro basato sul rispetto dei diritti umani.

Partiamo dal titolo: la guerra è davvero tra noi, anche in Italia?

«Assolutamente sì. Esiste un filo rosso che collega tutti noi e le guerre che si combattono nel mondo. Non è possibile negare o far finta di non vedere le responsabilità dell’Occidente che produce le armi usate in centinaia di conflitti. Ma il titolo va oltre e vuole anche sottolineare come anche in Italia esistano dei non-luoghi frutto della guerra e delle migrazioni che ne conseguono, basti pensare a ciò che accade a Rosarno, giusto per fare un esempio».

E quindi la guerra tra noi in qualche modo è anche guerra tra poveri?

«Il timore delle persone riguardo ai profughi spesso si trasforma in sentimenti negativi nei loro confronti e questo conflitto diventa ogni giorno più grave e pericoloso: ai giovani manca il lavoro, le pensioni degli anziani sono troppo basse, tutti noi siamo vulnerabili e parte della classe politica parla alla pancia delle persone. Il risultato è che gli ultimi se la prendono con gli ultimissimi. Quando parlo di politica non mi riferisco soltanto ad un partito come la Lega ma anche ad alcune decisioni prese di recente dal governo, vedi l’accordo per rimandare i migranti nell’inferno della Libia».

Ma se la politica si dimostra volutamente miope sul tema dell’immigrazione, quali sono le vie d’uscita?
«Nel libro racconto le mie esperienze in contesti come Afghanistan, Sudan, Iraq: anche in luoghi martoriati dalla guerra ho trovato esperienze positive, raggi di luce e di speranza che mi fanno pensare che il cambiamento sia possibile. Voglio dire, se in un disastrato campo profughi in Iraq c’è chi sogna un futuro migliore, perché non possiamo farlo anche noi? Magari ripartendo da pratiche locali, di quartiere, di vera integrazione».

Per Cecilia Strada dunque bisogna ripartire da…?

«Dalle persone e dalle piccole cose. Dobbiamo essere in grado di comprendere i fenomeni globali e capire che il problema sono gli sfruttatori e non certo i profughi. Serve cambiare il nostro sguardo, allenarlo ad andare in profondità. Di certo non dobbiamo restare impassibili davanti a fatti gravi come il linciaggio delle organizzazioni non governative che è avvenuto nei mesi scorsi. Il risultato di quella campagna diffamatoria è uno e uno solo: le donazioni a favore di chi ogni giorno salva vite umane sono diminuite sensibilmente e questo vuol dire che i morti aumentano. La guerra fa girare un mucchio di soldi ma la pace potrebbe farne girare molti di più. La pace è molto più produttiva, ci sono studi che mostrano come la stessa cifra investita nel settore militare o civile produca più soldi nel settore civile. La pace è un prerequisito per il futuro economico di ogni Paese. Costruire diritti costa meno che costruire una bomba ed è un investimento».

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