Quotidiani locali

Un orco nel buio che ferma le svastiche L’ascesa di Churchill

Il racconto di Wright è un dramma biografico ben riuscito La storia è nota ma il regista riesce a creare suspense 

Siamo a Londra, alla Camera dei Comuni, ai primi di maggio del 1940, e l’esercito tedesco dopo aver aggredito l’Europa ad Est e a Nord, si prepara a invadere l’Ovest (la vigilia di Dunkerque). Il portavoce laburista chiede a gran voce a Neville Chamberlain, troppo attendista e dubbioso, di dimettersi dalla carica di primo ministro. Ma chi dovrebbe guidare la grande coalizione? Il suo delfino, il visconte di Halifax (Stehen Dillane), declina la proposta. È il momento di Churchill.

Il film lo raggiunge in camera da letto (lavora di notte), al seguito della nuova dattilografa (Lily James) che un urlo fa scappare. Chruchill è una specie di orco, in un antro buio, con il lume di un fiammifero che accende il grosso sigaro che accompagna l’immancabile bicchiere di scotch. Un tiranno iroso che solo la moglie (Kristin Scott Thomas) riesce ad ammansire e a consigliare come comportarsi adesso che sta per ricevere da re Giorgio VI (Ben Mendelsohn) l’incarico più ambito nell’ora più buia della Storia.

Uno straordinario film britannico, firmato da Joe Wright, il regista di “Espiazione” e “Anna Karenina”, per dire del suo eclettismo. Perché in quest’ultimo si presenta con un attacco tradizionale, e fraseggio dinamico e robusto, elegante, come insegnava David Lean, e per protagonista un attore corpulento e scorbutico alla Charles Laughton, il londinese Gary Oldman, che il trucco rende irriconoscibile, salvo gli occhi che sono quelli dell’ex vampiro di Coppola, o dell’astuto cacciatore di “talpe” di Alfredson. E simbolicamente rilevante l’incipit con il quadro a piombo, e avanti tra le ali dei parlamentari, che sono solo dei numeri che agiscono a comando. E poco più avanti quel lungo carrello laterale sulla gente per strada che coincide con una soggettiva di Churchill che “non vede” il popolo, ma snobisticamente osserva di non essere mai andato in metropolitana. Ben strano il suo ruolo di conservatore accettato dall’opposizione ma osteggiato dal suo partito che intende negoziare la pace con Hitler. Churchill è ben consapevole che non c’è scelta alla guerra, che suo compito è preparare il Paese a una lunga resistenza, fatta di “lacrime e sangue”. Come siano andati i fatti, lo sappiamo, ma il film ha lo straordinario potere di suscitare “suspense” su come il Churchill del film raggiunga il suo scopo, come faccia prevalere la logica nella strategia politica (s’ispira a Cicerone), e come infiammi re e popolo, con la fierezza inglese (Shakespeare). Ed è un po’ riduttivo quel che pronuncia l’antagonista Halifax: «Ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in battaglia». Perché la scelta decisiva viene presa con la ripetizione del carrello dell’inizio, e questa volta Churchill “vede” la gente, e scende nella metropolitana per conoscerne l’opinione. Attorniato, temuto ed esaltato, da una schiera di collaboratori, mani sui fianchi, Churchill dà fiato al suo fantastico discorso finale, alle parole dell’intero Paese che non vuole che le svastiche sventolino da Buckingham Palace. Il magnifico Oldman, e i notevoli deuteragonisti della storia ricevono da Wright il supporto di energia, di colore, di humour, di orgoglio, che rendono il personaggio anche “nostro”, tanto più che Churchill parla sempre di Europa unita contro il mostro nazista.

Alberto Cattini

TrovaRistorante

a Mantova Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PER GLI SCRITTORI UN'OPPORTUNITA' IN PIU'

La novità: vendi il tuo libro su Amazon