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La donna delle pulizie che salva e poi ama lo strano essere anfibio

Del Toro propone mostri molto umani e umani mostruosi Un film bellissimo che si muove attraverso molti generi

Il titolo di Guillermo del Toro non vuol sostenere che l’acqua abbia una forma, ma che essendo tutta intorno a noi, come l’amore cui tendiamo, dà forma a uomini e donne. Lo percepisce l’eroina, Elisa, che iniziando la sua giornata di lavoro, entra nella vasca da bagno e mima la ricerca della sessualità. Muta per un oscuro oltraggio, ma non sorda, Elisa è una delle donne delle pulizie, che prende servizio a mezzanotte con l’amica Zelda in un antro scientifico di Baltimore, al tempo della “guerra fredda”. Ed è testimone dell’arrivo, in un cilindro pieno d’acqua, di un essere anfibio, catturato in Brasile e dagli indigeni tenuto in conto di un dio. L’America di Kennedy, ancora sotto l’ombra lunga del generale Eisenhower, intende scoprire se la Cosa può essere utilizzata militarmente o inviata come cavia nello spazio. In caso contrario deve essere fatta scomparire. E comunque non deve cadere nelle mani dei russi.

Spetta a Elisa salvare l’essere diverso dalle mani dei mostri della guerra. E ad amarlo. Elisa, interpretata in modo superbo dalla inglese Sally Hawkins (lanciata in tre film da Mike Leigh), una figura minuta e smunta, con fisico da caratterista ma carisma da prima donna, imita i passi danzanti di Betty Grable (che ha visto in tivù), esce in strada davanti a un vecchio cinema déco, l’Orpheum, che ha in programmazione due film di serie B (anche se uno è di Goulding). Nel laboratorio, all’essere incatenato in una grande vasca, porge un uovo (sodo), simbolico omaggio al maestro del regista (Buñuel). Un breve giro di scene, e si ha una vera e propria dichiarazione di poetica.

Entro una cornice allegorica, che a del Toro è familiare, come quella dei mostri, che sono troppo umani, al confronto della media vivente che è capace di qualsiasi mostruosità, viene celebrata l’illusione dell’amore fra specie diverse. Analogamente, la sua scrittura miscela generi bassi e citazioni d’autore. Muove da un trasgressivo prodotto di serie (Il mostro della laguna nera di Arnold) per tendere al fascinoso musical, passa per una spy story che si riversa in un fantasy sensuale, e conquista la favola ultraromantica al di là della morte.

Un film bellissimo, e vive quasi esclusivamente per la sua forma “sublime”. Con la colonna sonora del più grande compositore da film del momento, il francese Alexandre Desplat, ricrea un’atmosfera melanconica di straordinaria suggestione romantica. La malìa amniotica, notturna, è il tratto cui punta la fotografia dai toni di una monocromia al verde. I movimenti di macchina sono tutti insinuanti, i quadri controllatissimi, e ogni personaggio è fissato in un gesto che mira all’eleganza e all’ironia. Finanche l’essere squamoso è chiamato alla danza (in sogno). Viceversa il sadico inquisitore di Michael Shannon è riassunto con un tocco di humour: gli piace sentire urlare il mostro di dolore, ma non sua moglie di piacere. Della cifra umoristica è interprete, con le sue battute, la bravissima Octavia Spencer, finissime le figurine dell’omosessuale di Richard Jenkins con le fette di torta nel frigorifero, o della spia sovietica di Michael Stuhlbarg che è per la vita del diverso.

Non ultimo il make-up, o le movenze di grazia e sensibilità del Mostro, che a Venezia ha ricevuto un meritatissimo Leone d’oro.

Alberto Cattini

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