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Fondazione Te per riunificare Museo e Centro

Stefano Baia Curioni, presidente del Centro Te

Oggi il progetto approda in giunta comunale Baia Curioni: Mantova torna a essere apripista

MANTOVA. Si avvicina sempre di più il cambio di rotta nella gestione di palazzo Te: sta, infatti, per andare in porto il progetto che prevede la creazione di una fondazione, destinata a riunire in un solo organismo il museo e il Centro internazionale di arte e di cultura. La questione verrà affrontata questa mattina dalla giunta comunale, poi entro il mese dovrebbe esserci un primo passaggio in consiglio comunale. Ancora nulla di definitivo, dunque, ma il percorso intrapreso è ormai deciso.

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MANTOVA. Si avvicina sempre di più il cambio di rotta nella gestione di palazzo Te: sta, infatti, per andare in porto il progetto che prevede la creazione di una fondazione, destinata a riunire in un solo organismo il museo e il Centro internazionale di arte e di cultura. La questione verrà affrontata questa mattina dalla giunta comunale, poi entro il mese dovrebbe esserci un primo passaggio in consiglio comunale. Ancora nulla di definitivo, dunque, ma il percorso intrapreso è ormai deciso.

A spiegare il senso di questa scelta è il presidente del Centro Te, Stefano Baia Curioni.

Da cosa nasce il progetto di creare una fondazione per palazzo Te?

Non è una scelta dettata da motivi estetici o contingenti, di moda: è una decisione meditata, legata a due componenti congiunte.

Quali sarebbero?

Da un lato c’è la necessità di gestire il palazzo in modo unitario, con una sola organizzazione, senza il raddoppio delle funzioni, con le ovvie difficoltà di coordinamento che possono nascere tra istituzioni diverse che condividono lo stesso spazio. Oggi palazzo Te è abitato dal Centro, dal museo, che vanno d’accordo ma comunque sono diversi. Poi c’è un concessionario che dipende dal museo e un secondo che dipende dal centro...

Solo motivi pratici?

No di certo: c’è la volontà di fare in modo che il Te non sia solo un monumento della città e per la città, ma sia un’istituzione culturale della città. È una strada già avviata nel 1990, con la nascita del Centro. I fondatori Zorzi e Cordibella ebbero la brillantissima preveggenza di creare un’istituzione culturale privatistica, anticipando quello che poi la legge Ronchey fece per tutta Italia, con la separazione netta tra compiti di conservazione, lasciati al pubblico, e valorizzazione e promozione, affidati al privato.

Mantova, al tempo, aprì una strada?

Il Centro Te fu posizionato nell’area della produzione di grandi mostre. Era un luogo dove proporre eventi espositivi di dimensioni rilevanti e di contenuto significativo, capaci di fare splendere la storia di Mantova e della sua cultura di e determinare un’attrattiva turistica globale. Questo tentativo aveva già trovato il massimo compimento con la grande mostra su Giulio Romano nel 1989, nel momento in cui si apriva la strada del consumo di mostre in Italia. Lo si fece con una produzione di altissimo spessore culturale, con studiosi come Tafuri e Gombrich. Un primissimo passo di fruizione allargata, che consentì di riaprire il palazzo dopo decenni di relativa marginalità. Un’operazione che pose Mantova al centro della scena culturale italiana e il Te al centro di quella mantovana, con questa soluzione che configurava l’istituzione culturale come una collaborazione pubblico-privato con una netta separazione di funzioni.

Il Centro Te ha poi prodotto tante mostre, non sempre allo stesso livello...

Questo modello si è poi dovuto confrontare con un’evoluzione di oltre 25 anni in cui si è tentato di mantenere la struttura originaria in un contesto profondamente mutato proprio dall’affermazione del modello Ronchey e della conseguente proliferazione di spazi espositivi: oggi in Italia ci sono 900 luoghi in cui si fanno esposizioni. Se l’attenzione per le mostre è aumentata, l’offerta è cresciuta in modo più che proporzionale.

Il modello originario è andato in crisi?

È cambiata anche l’attenzione dei privati verso il business della cultura. Negli anni, l’ultimo episodio riconducibile all’89, con un grande successo, almeno mediatico e di pubblico, è la Celeste Galeria del 2002. Da allora si è risentito della crescita competitiva del sistema espositivo italiano, con la rincorsa alla produzione di mostre che giravano intorno agli stessi grandi nomi: a partire da Goldin e Linea d’ombra, con la mostra degli Impressionisti e budget molto forti. Mantova e il Centro Te hanno fatto fatica a mantenere una linea strutturata. Dal 2002 in avanti si è gestita la situazione con momenti validi e altri meno felici, senza exploit.

Lei è presidente dal 2016: ha pensato subito di cambiare?

Sono arrivato con Mantova capitale italiana della cultura, in un quadro progettuale in cui la cultura si integrava in un progetto di trasformazione urbana più complessivo e di rilancio. Ripensare al Te come istituzione culturale ha implicato un riposizionamento complessivo, l’idea che il patrimonio culturale, che a Mantova è nel dna, possa diventare uno dei motori di una trasformazione più complessa. Il patrimonio culturale deve mantenere, anzi, aumentare la capacità di attrazione turistica, perché questo comporta un incremento della domanda aggregata. Nello stesso tempo, tuttavia, questo incremento di domanda non deve trasformarsi nell’aumento delle rendite di posizione di alcuni che tradizionalmente sfruttano i flussi turistici. Deve diventare opportunità di rilancio progettuale complessivo, con una visione politica sociale e imprenditoriale del futuro della città. Non bisogna solo fare mostre per attrarre, allora, ma capire come attrarre e creare capacità di progetto, di visione, generosità verso la cosa pubblica e nei rapporti interpersonali per aumentare il capitale sociale, oggi disgregato in tutto il mondo.

Come si potranno attrarre i turisti?

Il grande asset è Giulio Romano: il Te è un gioiello di uno dei grandi artisti del ’500. Il palazzo con i suoi affreschi è il diamante che va fatto scintillare. Questo significa uscire dalla logica che per valorizzare il Te devo fare una mostra su Chagall o su Picasso. Certo, non è che non si debbano più fare mostre. Ma palazzo Te può essere valorizzato sul fronte internazionale perché è il Te, con le sue storie da raccontare. Serve un’operazione di implementazione della configurazione e narrative museali, con un sistema di eventi correlato. Se oggi le presenze sono 230mila, non è inimmaginabile arrivare a 300mila, solo valorizzando Giulio Romano. Senza andare a ricercare la competizione con mostre costosissime che, se non vanno bene, comportano perdite molto importanti.

Che mostre si potrebbero realizzare, allora?

L’attività espositiva va combinata con attività formative, teatrali, musicali. Così si può far diventare il Te un luogo della città. Legando le persone del territorio , creando un senso di comunità. La fondazione deve rilanciare la gemma di palazzo Te a livello europeo e farne una piazza urbana frequentabile, aperta, ricca di stimoli per le persone del territorio che si vogliono formare. Per attuare questo doppio livello di lavoro e contestualmente ristrutturare il palazzo, garantire la conservazione, serve un’istituzione forte, altrimenti non ci si riesce.

Forte in che senso?

Si lavora con gli imprenditori, si dialoga con tutte le componenti della città, nessuna esclusa. La fondazione sarà comunque di carattere pubblico, governata dal Comune che la gestirà con criteri privatistici, senza lo spacchettamento attuato nel 1990. Dalle due entità attuali, se ne creerà una, destinata a sintetizzarle. Un braccio operativo del Comune, ma con caratteristiche, sul fronte dell’operatività e delle relazioni col personale, più privatistiche. In questo senso, l’operazione è destinata nuovamente a fare di Mantova una città apripista. Non dimentichiamo che anche la creazione di musei statali autonomi punta a pezzi di Stato capaci di autonomia, con impostazione privatistica.

E come verrà finanziata la fondazione?

Il socio fondatore sarà Comune, speriamo in soci privati, l’attuale compagine potrebbe rimanere. Ma non servirà un capitale smisurato, c’è l’attività normale del palazzo che garantisce flussi. Sarebbe interessante creare una collezione specifica intorno a Giulio Romano, immaginando una politica di acquisizioni, di accettazione di donazioni.

Con la mostra dedicata a Giulio Romano che incombe...

Sarà un po’ l’occasione del 2019, col palazzo che si riapre in modo nuovo con un’altra operazione su Giulio Romano, anche se assai diversa dall’89.

Su Giulio Romano lavora anche Palazzo Ducale...

La collaborazione col Ducale sarà un elemento chiave di questo disegno, è impensabile che sia diversamente.

Una collaborazione che crescerà? Possibile pensare a un biglietto unico?

Si dovranno cercare sperimentazioni in questo senso. Come, non è ancora chiaro, ma la strada si intravvede. Auspico che vi si possa arrivare.