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boomerang 

Un quadro di famiglia senza cultura nè moralità

“Boomerang”, la pièce ideata da Angelo Longoni andata in scena al Teatro Sociale, fa dell’arma da getto che ha la possibilità di tornare nelle mani di chi l’ha scagliata, una metafora di colpa e...

“Boomerang”, la pièce ideata da Angelo Longoni andata in scena al Teatro Sociale, fa dell’arma da getto che ha la possibilità di tornare nelle mani di chi l’ha scagliata, una metafora di colpa e ritorsione. Da principio, l’oggetto lanciato dal padre defunto, un luminare della medicina che molte ne ha combinate in complicità con politica e chiesa, subendo procedimenti penali, e indebitandosi a non finire, torna indietro ai due figli, anch’essi medici.

Il sipario si apre in seguito alla ferale telefonata di Francesca (Amanda Sandrelli), la giovane seconda moglie del padre, a Max (Giorgio Borghetti) e a Luca (Simone Colombari), sposato con Monica (Eleonora Ivone). I tre accorrono al richiamo, in un casale sperduto a ottanta chilometri dalla Città. Fa molto freddo, e s’annuncia una nevicata. E più freddo ancora è il dialogo che per un buon tratto del testo risuona in sala. Lo spettacolo delle commedie all’italiana, di meschinità ed eloquio ordinario, ci ricorda che il padre, tiranno ed egoista, non si curava di moglie e figli, e che c’era competizione poco fraterna tra loro.

Mentre si discute di come svolgere i funerali, la nuora giornalista ride divertita al cellulare con un collega, salvo sciogliersi in lacrime con il direttore che porge le condoglianze. Si avvertono la tensione che serpeggia tra la donna e il marito, e il disprezzo per la vedova del morto giudicata una buzzurra. Eppure troppo furba, quando si viene a sapere che dalla bancarotta di famiglia, si sono salvati gli immobili ceduti proprio a lei.

Un quadro di famiglia benestante, priva di cultura, di moralità, di un linguaggio, di un codice purchessia. La pièce si desta allorché scenograficamente s’accende il piano che sovrasta il salotto. Dietro un velo trasparente appare una camera da letto, e lassù scopriamo che la vedova non è solo la giovane donna ignorante che ha sedotto il vecchio defunto.

Longoni riutilizza il celeberrimo modello primo Seicento di Ben Johnson, “The Fox”. Riunisce in Francesca il tema del cacciatore di vendetta e di eredità, il tragico e il comico, e vi aggiunge il color giallo del delitto. Non senza abilità con gli intrighi complessi, Longoni manipola l’accordo tra la vedova e Luca di spartirsi l’eredità occulta che si trova fuori dei confini patrii, con l’assassinio del vecchio, a sua volta macchiatosi di un crimine. Ma quasi provoca un corto circuito per survoltare la storia di giustificazioni (l’infedeltà di Monica e le medicine del padre). Supera l’impasse con la soluzione più bizzarra e cinica che attribuisce a Max, cioè di mettere in parentesi l’intero viluppo di tradimenti e morte, per lanciare il boomerang contro gli ex soci del padre, politici e religiosi.

Tutt’insieme si presentano al proscenio per minacciare e allegramente richiedere omertà. L’ironia s’è involata lontano. (a.c.)



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