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Addio a Gillo Dorfles, il critico d’arte che amava il kitsch

Ha conosciuto i grandi come Svevo e Saba, aveva 107 anni. Ha lavorato fino all’ultimo al suo libro “La mia America” 

MILANO. Si è spento ieri mattina nella sua casa milanese Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore, docente di estetica, filosofo e poeta. Un mito, uno dei più grandi protagonisti della scena intellettuale italiana nel Novecento, che ha saputo far sentire la propria lucida presenza fino agli ultimi giorni.

Gillo Dorfles avrebbe compiuto 108 anni il prossimo 12 aprile. Personaggio curioso e instancabile dagli infiniti interessi, nella sua lunga esistenza ha visto cambiare davanti ai suoi occhi l’ ...

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MILANO. Si è spento ieri mattina nella sua casa milanese Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore, docente di estetica, filosofo e poeta. Un mito, uno dei più grandi protagonisti della scena intellettuale italiana nel Novecento, che ha saputo far sentire la propria lucida presenza fino agli ultimi giorni.

Gillo Dorfles avrebbe compiuto 108 anni il prossimo 12 aprile. Personaggio curioso e instancabile dagli infiniti interessi, nella sua lunga esistenza ha visto cambiare davanti ai suoi occhi l’Italia e l’Europa, e ha osservato e raccontato le evoluzioni del mondo dell’arte, dell’architettura e del design.

La sua attenzione si è dedicata a ogni aspetto del gusto, perfino del kitsch, la parafrasi colta del cattivo gusto, che lui sdoganò in tempi pionieristici.

Nato nella Trieste asburgica del 1910 come Angelo, nome poi abbandonato per il nomignolo Gillo che gli suonava meno pomposo, da madre genovese e padre goriziano, Dorfles crebbe in un ambiente culturalmente molto stimolante.

A Trieste ebbe modo di conoscere molto bene Italo Svevo, frequentato nell’ambito della sua famiglia, e Umberto Saba, il gelosissimo papà di Ninuccia Saba, sua amica.

Da ragazzo si avvicinò anche alla musica, in una Trieste molto rigogliosa da questo punto di vista seguì corsi di pianoforte e organo al conservatorio, che gli lasciarono poi la voglia di andare ad abbracciare tutti i fenomeni della musica d’avanguardia, diventando amico anche di Luciano Berio. Da Trieste si spostò poi a Milano, città che amò molto, al punto di crearvi la propria dimora, per studiare medicina.

Completò gli studi a Roma, specializzandosi in neuropsichiatria. Fu uno dei primi ad avvicinarsi alla psicanalisi, “disciplina mitteleuropea allora ancora sconosciuta”, come ebbe a dire in un’intervista. Ma la medicina non era la sua strada.

“Mi sono laureato in medicina perché sapevo che era una cosa seria, ma non ho mai esercitato”. Negli anni Trenta il suo interesse si spostò definitivamente verso il mondo dell’arte, iniziando a studiare pittura ed estetica. Iniziarono allora le collaborazioni di critica e saggistica con riviste come La Fiera letteraria, Il Mondo, Domus e Aut Aut.

Ma non sarebbe stato da Gillo Dorfles fermarsi lì. Il passaggio alla sua arte lo aspettava dietro l’angolo, così nel 1948 con Bruno Munari, Gianni Monnet e Atanasio Soldati fondò il Mac, Movimento arte concreta, che, in anni di vivace dibattito tra arte astratta e figurativa, mirava a un linguaggio artistico innovativo che potesse assimilare e di superare le ricerche dell’astrattismo europeo dei decenni precedenti. Negli anni Cinquanta esplose l’attività di critico e teorico dell’arte, nel 1956 contribuì alla realizzazione dell’Associazione per il disegno industriale. Negli anni Sessanta insegnò estetica negli atenei di Milano, Cagliari e Trieste. A oltre settant’anni compiuti riprese a dipingere e a realizzare lavori di grafica, attività che aveva tralasciato per anni per gli impegni che lo avevano portato in tutto il mondo. Dorfles ha lasciato testi che sono pietre miliari per la conoscenza della storia dell’arte. Per citarne solo alcuni: “Le oscillazioni del gusto e l’arte moderna” (1958), “Il divenire delle arti” (1959), “Nuovi riti, nuovi miti” (1965), “L’estetica del mito” (1967), “Il Kitsch” (1968), “Le oscillazioni del gusto. L’arte d’oggi tra tecnocrazia e consumismo” (1970), “Il divenire della critica” (1976), “Mode & Modi” (1978). Paesaggi e personaggi, uscito lo scorso anno per i tipi Bompiani, è un viaggio affascinante nelle sue molteplici esperienze. Per pochissimo non ha potuto vedere la pubblicazione della sua ultima fatica: il libro “La mia America”, che uscirà il 5 aprile pubblicato da Skira, curato da Luigi Sansone. Un volume su cui Dorfles ha lavorato fino all’ultimo, che raccoglie scritti inediti sulla società statunitense e sulle sue manifestazioni nella pittura, nell’estetica nell’architettura e nel design, frutto anche dei suoi viaggi oltreoceano dopo il secondo conflitto mondiale, quando volle approfondire la conoscenza con il Paese dopo il lungo oscuramento culturale del ventennio precedente.

I funerali di Gillo Dorfles si terranno lunedì prossimo, alle 15, a Lajatico, nel Pisano, dove si trova la casa di vacanze di famiglia e dove, nel cimitero, riposano i genitori, il fratello e la moglie Lalla mancata 7 anni fa.

 

Tre volte ospite del Festivaletteratura di Mantova. Gillo Dorfles era nato a Trieste il 12 aprile 1910, il mese prossimo avrebbe compiuto 108 anni. Negli ultimi tempi era apparso in alcune trasmissioni tv, in buona salute nonostante l’età. Dorfles – filosofo, oltre che critico d’arte, laureato in medicina e psichiatria nonché pittore, pianista, scultore e poeta – era venuto a Mantova al Festivaletteratura nel 2005 in piazza Alberti insieme con Sarah Dunant, Marcello Fois, Mario Fortunato, Antonio Pascale e James Sallis, nel 2008 al teatro Bibiena con Beppe Finessi e 2011 nella chiesa di San Maurizio con Massimo Carboni. Tutte e tre le registrazioni sonore degli incontri sono nell’archivio del Festivaletteratura. (scud)