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Il giorno in cui rapirono Moro la democrazia fu in pericolo

La mattina del 16 marzo mi alzai presto nonostante la sera precedente avessi fatto tardi alla piccola festa per il mio compleanno. Di buon’ora arrivai a Milano e raggiunsi Carlo Fusaroli, uno dei...

La mattina del 16 marzo mi alzai presto nonostante la sera precedente avessi fatto tardi alla piccola festa per il mio compleanno. Di buon’ora arrivai a Milano e raggiunsi Carlo Fusaroli, uno dei fondatori dell’Istituto per la formazione al giornalismo, che voleva propormi un’opportunità di stage estivo al Mattino di Padova, che sarebbe andato in edicola un paio di settimane dopo. Poi, prima delle 11, raggiunsi a piedi la stazione della MM di piazzale Loreto. Sulle banchine della Linea Rossa erano assiepati in centinaia, molti più di quanti ne trovassi di solito a quell’ora. “Niente treni”, mi disse un ragazzo che conoscevo di vista. “Non ne passano da mezz'ora”. Non esistevano i cellulari, nel 1978, e le radioline a transistor non ricevevano trenta metri sotto il piano stradale. Nessuno sapeva cosa stesse succedendo. Finché dagli altoparlanti una voce lesse il breve comunicato che avrei sentito decine di volte nell’ora successiva: “Si avvertono i signori passeggeri che il servizio potrebbe subire ritardi e rallentamenti a causa delle iniziative in risposta all'attacco terroristico a Roma ai danni dell'onorevole Aldo Moro e della sua scorta”. Riuscii a infilarmi, a fatica, solo sul terzo o quarto convoglio di passaggio, tant’era la ressa. Gli uffici e le fabbriche della periferia si stavano svuotando, spontaneamente.

Arrivai alla sede della scuola, in via Legioni Romane, quando mezzogiorno era passato da un bel po’. Tutte le tv erano accese, con il volume al massimo. Alcuni allievi s’erano precipitati in centro per partecipare alla manifestazione indetta dai sindacati, mentre i pochi rimasti in sede sembravano più eccitati che sconvolti: non tutti, all’Ifg, erano convinti che le Brigate Rosse fossero i nemici giurati della democrazia e dello sviluppo della società italiana. L’età media dei colleghi era superiore alla mia (eravamo stati ammessi in 44 al primo corso in Italia che consentiva l’accesso diretto alla professione giornalistica) e qualcuno di loro - come scoprii prima del 9 maggio, quando il cadavere di Moro fu ritrovato in via Caetani - frequentava ambienti nei quali i gruppi armati trovavano solidarietà e appoggi.

Cominciarono così, con quell’annuncio in metropolitana, la giornata più drammatica e l’anno più frenetico della mia vita di poco più che ventenne. I ricordi sono ormai sfocati, ma rammento con precisione i molti passaggi che li scandirono. I lugubri servizi televisivi dal luogo dell’agguato. Le ricerche del corpo del presidente della Dc nel lago della Duchessa.

La decisione del giornale che compravo ogni mattina, la Repubblica, di schierarsi sulla linea della fermezza. L’ansiogena lettura dei comunicati dei brigatisti. Gli appelli della famiglia e poi di Paolo VI, che morì poche settimane più tardi. La notizia che l’ex premier era stato trucidato e lasciato, pietosamente coperto con una coperta, in una Renault 4 uguale a quella che ci dividevamo mio fratello e io. La nostra però era bianca, mica rossa.

Nulla sarebbe più stato lo stesso. Cominciò in quei mesi la crisi della sistema sociale e politico che aveva retto nei primi trent’anni della repubblica e, ormai mortalmente incrinato, sarebbe imploso dopo la caduta del Muro di Berlino.

Chi aveva allora un’età e una consapevolezza che gli hanno permesso di mantenere memoria di dov’era e cosa stava facendo quando arrivò la notizia della strage di via Fani e del rapimento di Moro capì subito che quell’azione dimostrava tanta capacità militare quanta disperazione.

Ai fautori del no alla trattativa, tra i quali mi riconoscevo, risultò via via più chiaro che le Brigate Rosse potevano uscire apparentemente vittoriose da una sfida così diretta allo Stato, ma anche che la democrazia sarebbe sopravvissuta non cedendo di un millimetro. Ebbi la conferma che la connivenza con il nemico è inaccettabile perfino quando potrebbe salvarti la vita. I patti non si fanno sotto ricatto. E non si scende a compromessi con chi vuole sopprimerti o anche solo impedirti di parlare. La lezione di quei giorni, per fortuna con molti gradi di tensione in meno, vale anche oggi.



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