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Quel concerto jazz a L’Avana in cui nessuno osò chiedere il bis

Un giovedì nel giardino del bar Huron Azul situato all’interno della villa che ospita il sindacato degli scrittori e degli artisti di Cuba. C’è grande attesa per la serata dedicata al jazz,...

Un giovedì nel giardino del bar Huron Azul situato all’interno della villa che ospita il sindacato degli scrittori e degli artisti di Cuba. C’è grande attesa per la serata dedicata al jazz, appuntamento settimanale così come il sabato quando si svolgono esibizioni e concerti di bolero e rumba.

C’è spazio per tutti: musicisti professionisti e dilettanti. Ma anche i dilettanti a Cuba sanno cantare e ballare. Alle diciassette e qualche minuto il giardino si anima. Non vedo lo straccio di uno strumento. La presentatrice annuncia che si esibiranno glorie del passato e dilettanti accompagnati dalla base musicale. La delusione serpeggia sui volti dei turisti. Iniziano a cantare le vecchie glorie accolte con ovazioni dal pubblico di casa. Nulla da eccepire. Poi, la presentatrice annuncia l’esibizione di un artista proveniente da un altro Paese, la Finlandia. Sale lentamente sul palco e con altrettanta calma poggia la scatola di metallo che tiene tra le mani sulla balaustra che cinge la villa.

Un silenzio innaturale accompagna i suoi movimenti, presto interrotto dai commenti del pubblico nel momento in cui, con un balzo elegante, sale sopra la balaustra prestando attenzione a non far cadere la scatola: deve essere la sua lampada di Aladino che, una volta sfregata, chissà quali miracoli è in grado di compiere... Una volta posizionatosi, solleva il coperchio della scatola e inizia a srotolare un filo d’acciaio in essa contenuto e avvolto in un piccolo rocchetto.

Il filo esce piano piano e, raggiunta la misura di circa due metri, il musicista lo fissa alla colonna così da formare una specie di triangolo rettangolo dove l’ipotenusa è il filo e la balaustra e la colonna sono gli altri due lati.

Attesa, sconcerto, curiosità aleggiano nell’aria in una situazione che pare sospesa nel vuoto e della quale l’artista è sicuramente consapevole. Con gesto repentino, quasi fosse un prestigiatore, solleva un lembo della camicia, infila le mani in una tasca posteriore dei pantaloni ed estrae una chiave inglese.

Con sapiente cura ne impugna il manico con la mano sinistra e la porta verso il filo d’acciaio sino a che il becco lo stringe in una morsa. Compiuta la delicata operazione, con movimenti dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto inizia il concerto del musicista finlandese.

Il filo d’acciaio, sottoposto alla tortura della chiave inglese, grazie alla scatola che funziona come cassa armonica, inizia a emettere dei suoni… o forse sarebbe meglio dire dei rumori. Comunemente si tende a collegare la parola suono a qualcosa di piacevole e la parola rumore a qualcosa di fastidioso, ma questa differenza è piuttosto soggettiva. Ma quella scatola, quel filo d’acciaio e quella chiave inglese possono essere definiti strumenti musicali?

Resta il fatto che producono rumori di tipo diverso a seconda che la chiave inglese scenda dall’alto verso il basso o salga in senso inverso: il lancinante miagolio di un gatto cui viene pestata la coda? Lo stridente sfrigolio causato dalla frenata di un’auto vecchia con il disco dei freni consumato? Vi è chi sostiene che la musica è un tramite efficacissimo per sottolineare o predisporre all’ansia, alla tensione, al delirio, alla paura. E se un suono musicale può provocare tali reazioni, quali deliri, quali follie collettive potrebbe provocare il rumore prodotto dal musicista finlandese? E se fossi io che non ho capito nulla? E se quello che definisco volgarmente un rumore fosse in realtà musica di ricerca? Euro techno, techno industrial, thrash metal... jazz metal...

Sono passati quasi venti minuti e il musicista, che ha tirato su e giù la chiave inglese mostrando le spalle al pubblico, non lascia proprio intendere di volersi girare e mettere fine con un inchino al suo personale concerto jazz. Il pubblico ha seguito in silenzio la straziante produzione di rumori e mi chiedo perché non si levi una vibrante protesta. Possibile che i cubani siano stati capaci di spedire a casa loro gli spagnoli e gli yankee e subiscano la tortura del finlandese? Tra gli spettatori alcuni sono esausti, altri si alzano per andare al bar, altri ancora, pochi, accennano a un timido applauso... L’imbarazzante situazione si sblocca dopo quasi mezz’ora. L’annunciatrice, ripresasi dal trauma, ringrazia il musicista: «Gracias, gracias, muchas gracias...». Il pubblico tira un sospiro di sollievo e applaude l’ospite straniero. Nessuno chiede il bis.



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