Quotidiani locali

Manfredi, 60 anni di glorie

Da Mario, driver immenso, allo sfortunato Arnaldo e a Spik: qui lo sport è di casa

Pradella si sta facendo bella ma intanto con qualsiasi meteo un ceffo in Scarabeo s’avanza indomito fra i cubetti di porfido ribaltà come la sua testa, diceva il buon Angelo Lamberti che ne fu l’allenatore ai tempi dei pantaloni a zampa d’elefante, o come il compianto Massimo Paccini al quale è legato da religioso e deferente affetto. Alberto “Spik” (come lo spicchio d’aglio, dalla sua virulenta bonomìa) Manfredi è il pilota di quello scooterino, che sfida i giaròn a velocità demente; è l’uomo delle speranze perse in nome di un amore che, a modo suo, dà alla famiglia e agli amici. Nella Mantova di serie A, divisa fra pro e contro Fabbri, nonostante il suo astio per il lavoro fu lui a far nascere a metà Pradella un ritrovo di sportivi, che al n.13 della rivendita erano legati da amicizie e schedine in caratura.

Eva Trevenzoli, quella santa donna di sua madre e moglie di Erminio, lo guardava svicolare (proprio come il coguaro dei cartoni di Hanna&Barbera) dal bar fin dai primi anni 60 quando lui era il factotum dei Ribelli, dei Fuggiaschi, era l’“adepto” di Gianni Dall’Aglio e Don Backy. Spik, recordman mondiale nell’imitazione degli strumenti musicali con mani e labbra nonché olimpionico dell’urlo belluino che ridesta lo sprovveduto dal silenzio, era già pronto a fare il tecnico delle luci e del suono per le grandi platee ma arrivò la Marina Militare e per due anni Spik fu assente giustificato dalla sua Università del calcio, di cui è magnifico rettore da 50 anni.

Dopo aver appurato che la fùmana è meglio del mare, il nostro si sposa nel 1975 con una ragazza buona di cuore, di testa e di mani e ancor più santa della povera Eva: è Alida Smiglieri, che lui conosce come la “sorèla dal Ros”, tipo un po’ balzano di San Giorgio e come tale da trattare con cautela. Dall’unione nascono Stefano e Alessia e a “santa” Alida riescono vari miracoli, riconosciuti dalla confraternita del Buon Senso sita nel cuore d’ogni “paziente” del bar.

Le concessioni alla follia imperante che stritola i muri, Alida le fa nell’insegnare il lotto a iene mal travestite da vecchiette o nel salutare un affezionato cliente ogni sabato per 32 anni, rispondendo al suo timido “Io me ne andrei” col villico “Se ne andi”... Paziente e pacata (con le movenze che però a tratti ricordano il teutonico Vogts verso il comune amico Boninsegna), Alida sprona Spik a lavorare 15’ in più al giorno e non a svicolare verso l’agenzia ippica o la banca o le Poste, dove ottiene il record continentale di amnesia del lavoro; lo convince a smettere con quelle Kim che gli impestano i polmoni, lo rende quasi umano. Il “quasi” andrebbe in maiuscolo ma darebbe fastidio alla vista, eppoi va detto che frequentare Spik è come imparare a memoria i volumi dell’Enciclopedia Britannica: l’avvio è un supplizio, la continuazione è una delizia sino a memorizzarne pensieri, parole e opere. L’ossequio al passato ha reso Spik refrattario ai tuttologi, convinto che «chi non ha storia non ha memoria».

Concetto arduo da smentire, per lui che sin quando ha resistito agli acciacchi del cuore e alla smania di fare dell’altro anziché vuotare da bere, pagare bollettini o discettare della crisi della sinistra si è dilettato a dimostrare come la sua sia «the only way of life», mostrandosi persino acculturato nel recitare il Proemio dell’Iliade («Cantami o diva...»).

Spik non è un giocatore di cavalli anche se il monologo di Gigi Proietti-Mandrake in “Febbre da cavallo” gli si confà, non è un barista perché non è tale chi ti canta «House of the rising sun» mentre tu gli chiedi un Liperlì o un biglietto Apam, non è un musicista anche se va in deliquio a sentire Sally di Vasco, Yesterday di Lennon-Mc Cartney o Georgia on my mind di Ray Charles, però un buon allenatore Spik lo è stato se è vero come è vero che i suoi ragazzi a distanza di 30-40 anni gli fanno ancora da corona nelle sue più sporadiche comparsate nel locale (Moro docet...). E se è vero com’è vero che un mega presidente come Vincenzo Mantovani pensava in grande per lui a Castel d’Ario.

Fra i suoi avi è quello che ha vinto di meno ma non se ne duole e si diverte a rileggere i quaderni vergati con la Lettera 22 pieni di foto delle imprese del fratello Arnaldo o dello zio Mario. Fino a che la splendida Sara («Ha già il piglio di una Manfredi», dice emozionato, chiamandola spìpola con lo slang che sorge e tramonta in vicolo Pozzo 7) non lo batterà a suon di medaglie nella ginnastica artistica lui sarà ancora «il mister che avrei potuto essere». Ama fingere il rimpianto per la scelta delle nozze: «Ero un grande allenatore - dice - ma il matrimonio mi ha fregato. Però forse è meglio così». È fra i pochi ad avere avuto l’onestà di credere sempre e comunque in don Walter Mariani, l’ex parroco di San Leonardo. Anche in questo l’Alida, che a volte gli rincitrullisce le orecchie ma che è inimitabile, è la sua metà del cielo. E lui lo sa bene...

Spik vuole gli faccia a suo tempo il necrologio, ma mi rifiuto di dargli retta; questo voglio che sia l’elisir di lunga vita per l’allenatore mantovano più amato.

Alberto Fortunati

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