Quotidiani locali

Dalla vita militare alla ditta di traslochi

Due giovani israeliani a New York dopo la leva obbligatoria La descrizione delle loro immense difficoltà esalta l’autore

Non dimenticheremo facilmente quel faccendiere di David King mentre si aggira, pancia strabordante, tra gli invitati di un party agli Hamptons, il 4 luglio. Traslocatore da generazioni, fa affari anche in recessione, svuotando immobili che vanno liberati a ogni costo e lucrando sulla merce che nessuno più riscatta. Separato, con una figlia che lo evita appena le è possibile, ha un’amante, che è anche la sua capoufficio, che illude da anni. Lui stesso non ha una grande opinione di sé, e noi di lui. Pare passi il tempo a fingere di riscattarsi, a compiere qualcosa di buono, senza mai farlo sul serio.

Finché arriva una mail che lo invita a trovare un’occupazione al giovane Yoav, figlio della cugina che vive in Israele, che a ventun anni ha terminato il servizio militare obbligatorio. L’occasione per rimettersi in pari con il debito che sente verso Israele. Yoav arriva e viene catapultato dal deserto a New York e poi dentro a una gang di traslocatori di ogni nazionalità, tranne la sua. La madre continua a braccarlo, al telefono e via mail. Difficile mettere spazio tra la nuova vita e quella che gli era stata artificialmente creata dentro l’esercito e che altrettanto brutalmente gli era stata tolta per restituirlo a quella che sarebbe dovuta essere la vita vera, quella che non ha una scadenza, quella che ognuno si sceglie. Liberamente. Dall’altra parte del mondo il compagno di armi di Yoav, Uri, vive la stessa situazione solo che a svegliarlo la mattina non sono le urla di un capo squadra, ma le sorelle che lo costringono ad andare dallo psicologo previsto per chi, come lui, fuori dall’esercito sbanda e non trova una nuova direzione.

Pare che spedirlo a New York sia una soluzione plausibile e così i due compagni di occupazioni e di imboscate si ritrovano non più in un corpo d’élite ma infagottati in una tuta blu, abbandonati dentro la loro lingua incomprensibile che Yaov traduce come gli pare a favore del resto del mondo. Se chiedersi che senso dare alla propria vita da soli era stato fin lì doloroso, in due diventa lancinante. L’esercito, quando li ha scelti, ha volutamente ignorato le loro preferenze individuali, ora la vita chiede di esprimerle, di saltar fuori dalla buca in cui sono accidentalmente finiti. Cohen, con un salto narrativo originale, narra e approfondisce la storia dei due commilitoni solo quando i due protagonisti hanno cambiato contesto, la riattualizza, rileggendola alla luce del casino in cui adesso si trovano. Perché, abituati a occupare, sventrare e distruggere su comando, adesso si ritrovano a fare lo stesso, in un’altra forma di occupazione, verso gente, allo stesso modo che ai confini di Israele, arrabbiata, disperata, senza nulla da perdere.

Quando Cohen fa entrare in scena Imamu Nabi, esempio di come il destino (la bolla immobiliare, la crisi dei mutui, l’avidità delle società che si cannibalizzano l’un l’altra) e la volontà (da veterano del Vietnam aveva fallito il suo reinserimento e optato per la strada della conversione islamica) possano distruggere un uomo, il lettore capisce che Cohen ha bravura da vendere e aspetta solo il momento di gustarsi il modo in cui la storia della King Traslochi irromperà e farà deflagrare quella di Imamu Nabi, o viceversa. Dice Cohen: “Ai tempi dell’Occupazione c’erano stati intervalli senza sonno e senza cibo e da bere e lì in America c’erano pause cronometrate e una gamma sconvolgente di cibi fast food, anche da portar via. Inoltre nelle forze di difesa israeliane erano stati autorizzati a spaccare le cose. Se si imbattevano in una sedia o in una scrivania o persino in un essere umano palestinese tutto intero, potevano spaccarlo, potevano chiamare un bulldozer Doobi D9 per smantellarlo o abbatterlo al suolo (…). Ma lì a New York, dovevano salvare la roba.” O almeno dovevano provarci.

Tina Guiducci

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