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Ogni periodo ha il suo leader Quando il mattatore è Salvini

Nella vita tutti abbiamo, prima o poi, incrociato un leader: un politico, un docente, un imprenditore, un ministro di culto, un allenatore o più semplicemente un collega capace di trasmettere, con la...

Nella vita tutti abbiamo, prima o poi, incrociato un leader: un politico, un docente, un imprenditore, un ministro di culto, un allenatore o più semplicemente un collega capace di trasmettere, con la propria testimonianza verbale o fattuale, la sensazione che sotto la sua guida stavamo facendo o avremmo fatto di più e di meglio. Con altrettanta buona approssimazione, si può affermare che raramente il tempo ha confermato l’efficacia di quelle parole o di quel comportamento esemplare.

Alcuni di noi hanno anche avuto occasione di sperimentare qualche forma di leadership, traendone soddisfazione o frustrazione. Non sempre i capi sono leader.

Anzi, nella maggioranza dei casi chi arriva a guidare organizzazioni o istituzioni non si rende conto che il carisma - ossia l’origine ma anche il “prodotto” di una comprovata leadership - dipende in minima parte dall’esercizio del comando: troppi generali si sono abbeverati a ogni goccia di potere assoluto pur venendo giustamente giudicati totali incapaci dai soldati e dagli ufficiali dei loro eserciti.

In questi giorni molto si discute di leadership in politica. Per anni abbiamo sentito ripetere da analisti e sociologi che l’Italia attuale è priva di capi degni di questo nome, capaci sia di convincere l’opinione pubblica e gli elettori della bontà delle loro proposte, sia delle abilità necessarie a realizzarle. Queste essenziali qualità si sarebbero esaurite, secondo la lettura prevalente della realtà nazionale, con la scomparsa di antichi padri della patria repubblicana come De Gasperi, Togliatti, Moro, Pertini, Berlinguer. Per ragioni politiche, caratteriali o morali diverse, pochi infatti considerano leader Craxi, Berlusconi, Prodi o Renzi, che pure hanno egemonizzato periodi più o meno lunghi delle vicende pubbliche del paese.

Di recente è comparso Matteo Salvini. Agli antipodi estetici del Cavaliere e culturali dell’ex sindaco di Firenze, il successore di Umberto Bossi, dotato di straordinaria ubiquità fisica e mediatica, in quattro anni di inesausta campagna elettorale ha portato dalla sua parte quasi un italiano ogni cinque, più che quadruplicando il risultato delle politiche 2013.

Dopo il difficile parto del governo pentaleghista, nelle ultime tre settimane Salvini ha imposto la propria agenda delle priorità, dall’emergenza dei migranti a quella degli zingari, rimpolpando le fila dei potenziali elettori: s’andasse alle urne ora, probabilmente contenderebbe ai 5 Stelle il primato.

È lui, dunque, con le semplificazioni di problemi complessi, con le accelerazioni improvvise e le frenate tattiche, con il vocabolario tanto violento nei contenuti (le ruspe, la pacchia) quanto misurato nella forma (“…lo faccio per i miei figli”), il nuovo leader al quale l’Italia potrebbe affidare le scelte dei prossimi anni? È lui il più dotato interprete europeo dello stile Trump, poco istituzionale ma efficace grazie anche dall’uso massiccio della comunicazione social, che fa tremare dalle fondamenta la politica americana vellicando le pulsioni di quanti non hanno mai metabolizzato i veleni dell’ultima crisi finanziaria ed economica? Pur riferendosi a un contesto diverso, il premio Nobel 2010 per la letteratura Mario Vargas Llosa, che è stato anche un popolare leader del suo Paese, il Perù, ci aiuta ad azzardare una risposta: “Il degrado della politica è una conseguenza della scomparsa della cultura tradizionale che serviva a riconoscere i valori, ciò che era bello, brutto, orribile”. E ancora: “I valori oggi sono determinati da due fattori: il successo o l’insuccesso”. Salvini oggi vola sulle ali del successo delle sue parole d’ordine sovraniste e reazionarie. Che valgono però una virgola di quelle, per esempio, di Enrico Berlinguer, che voleva costruire una società “che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale, ideale”.

Altri tempi. Altre tempre.

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