Gli pneumatici sono una delle principali fonti di microplastiche presenti negli oceani

Secondo i ricercatori del Norwegian Institute for Air Research, più di 200.000 tonnellate di minuscole particelle di plastica vengono riversate dalle strade negli oceani ogni anno
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Due ricerche sembrano confermare il potenziale distruttivo che le interferenze antropiche esercitano annualmente sulla salute dei nostri oceani. Lo scorso 30 aprile, la rivista Science ha pubblicato i risultati di un progetto internazionale di ricerca condotto dalle Università di Manchester, di Durham e di Brema sotto la supervisione del National Oceanography Centre e dell'ente francese IFREMER. I ricercatori hanno certificato che le correnti marine profonde agiscono alla stregua di veri e propri ”nastri trasportatori«, veicolando minuscoli frammenti di plastica e fibre attraverso fondali marini. Inoltre, lo studio ha rilevato i massimi livelli di microplastica mai registrati sul fondo degli oceani, con concentrazioni pari a 1,9 milioni di sedimenti al di sopra di una superficie di appena un metro quadrato. I rifiuti galleggianti di plastica presenti in superficie – che, negli ultimi anni, sono stati oggetto di una rinnovata attenzione da parte dell'opinione pubblica grazie all'impatto mediatico del cosiddetto Blue Planet Effect, che ha indotto svariate multinazionali ad intraprendere azioni volte a scoraggiare l'uso di cannucce di plastica e sacchetti – rappresentano soltanto l'1 % del totale: il 99% mancante sarebbe accumulato nei fondali marini, ma fino a questo momento non è chiaro dove sia effettivamente stanziato.

La seconda indagine, pubblicata sul periodico Nature Communications lo scorso 14 luglio e condotta dai ricercatori del Norwegian Institute for Air Research, individua negli pneumatici per auto una delle principali fonti di microplastiche presenti negli oceani. L'analisi ha monitorato il flusso delle micro-particelle prodotte da pneumatici e pastiglie dei freni durante il loro periodo di obsolescenza, giungendo a stimare che, ogni anno, vengono disperse 550.000 tonnellate di frammenti più piccoli di 0,01 mm. Di queste, circa 200.000 vengono riversate in mare, mentre 80.000 finiscono con il depositarsi su aree remote coperte di ghiaccio e neve, e possono contribuire ad aumentarne lo scioglimento quando le particelle scure assorbono il calore del sole. Intervistato dal Guardian, il coordinatore del team di ricerca Andreas Stohl ha dichiarato che, seppur spesso sottovalutate, ”Le strade costituiscono una fonte molto significativa delle microplastiche presenti in aree remote, oceani compresi", evidenziando come una gomma smarrisca, mediamente, 4 kg di plastica durante il proprio ciclo di vita.

Numeri che certificano come, allo stadio attuale, l'inquinamento degli oceani dovuto alla dispersione delle microplastiche ha assunto le proporzioni di una vera e propria crisi globale, capace di porre a serio rischio i fragili equilibri dell'ecosistema marino e la tutela della sua biodiversità: in un'intervista rilasciata a Legambiente nel 2019 Patrizio Scarpellini, direttore del Parco Nazionale delle Cinque Terre, ha sottolineato che «oltre 260 specie, tra cui invertebrati, tartarughe, pesci e mammiferi marini sono direttamente o indirettamente colpiti dal fenomeno; alcuni rimangono impigliati all'interno dei micro-frammenti depositati sui fondali, altri ancora finiscono per ingerirli, con conseguente disfunzione del movimento e dell'efficienza riproduttiva, lacerazioni, ulcere e morte». Inoltre, un monitoraggio effettuato da SeaMadLitter nel 2019 ha rivelato la presenza di oggetti e frammenti plastici nel tratto digestivo di oltre il 65% delle tartarughe Caretta caretta esaminate e nel 50% dei pesci Boga. Come evidenziato dal WWF, ad aggravare ulteriormente il quadro è la presenza di un ingombrante vuoto legislativo: «non esiste attualmente una volontà globale o un obiettivo chiaramente articolato per ridurre l'inquinamento marino da plastica; non vi è alcun obbligo per gli Stati di sviluppare piani d'azione nazionali; non esistono standard comuni per la segnalazione e il monitoraggio della dispersione di materie plastiche in natura o la revisione dell'efficacia delle diverse misure di riduzione dell'inquinamento; non c'è una piattaforma comune o un sistema per promuovere la rimozione della plastica dagli oceani; e non esiste un organismo scientifico specializzato in grado di orientare la politica e indirizzare gli sforzi diplomatici».