La spedizione

Più microplastiche e meno ghiacciai sull'Everest. Così soffochiamo il tetto del mondo

"Scalarlo senza bombole è diventato più facile dall’inizio del XX secolo a causa dell'aumento delle temperature. Lo sostengono gli scienziati della National Geographic and Rolex Perpetual Planet Everest Expedition

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Salire sull’Everest sarà sempre più facile. L’aumento delle temperature negli ultimi sessant’anni e in generale dall’inizio del Novecento ha reso disponibile una maggiore quantità di ossigeno. Rispetto all’ascensione, nel 1953, di Hillary e Tenzing, oggi verso gli 8848 metri della vetta del mondo si respira meglio. Lo sostengono gli scienziati della National Geographic and Rolex Perpetual Planet Everest Expedition – dieci squadre di ricerca composte da 34 specialisti nepalesi e internazionali – che tra aprile e giugno 2019 sull’Everest hanno condotto un’imponente campagna di ricerca a tutto campo.

Il cambiamento climatico, scrive Tom Matthews, tra i partecipanti alla spedizione, sulla rivista On Earth, "aumenterà sempre di più l’ossigeno disponibile per gli umani. Scalare l’Everest senza bombole – è la tesi degli specialisti – è diventato più facile dall’inizio del XX secolo". Una teoria sicuramente suffragata dai dati – nella loro campagna di ricerca gli scienziati hanno piazzato ben tre stazioni meteorologiche: al secondo campo, a 6464 metri, al Colle sud, 7945, e sul cosiddetto balcony, il pianoro a 8430 metri dal quale sale l’ultimo pendio verso la cima sud – ma che non piacerà, uno per tutti, a Reinhold Messner, il primo, assieme a Peter Habeler, a salire sulla cima più alta della Terra l’8 maggio 1978.
 
Non si è fermata qui, la spedizione scientifica di National Geographic e Rolex. Mettendo a confronto dati attuali e storici e rilievi da immagini degli ultimi sessant’anni, hanno ricostruito il ritiro dei ghiacci dal tempo della prima salita a oggi. L’Everest – è sempre la rivista On Earth ad anticiparlo – “si è assottigliato di oltre cento metri di massa di ghiaccio”. Hillary e Tenzing non riconoscerebbero più il “loro” ghiacciaio del Khumbu, la valle del silenzio, il Colle sud. I ricercatori hanno realizzato serie temporali di misurazioni del cambiamento di massa del ghiacciaio, basate su immagini satellitari moderne e storiche della montagna.
 
Microplastiche, dalla vetta agli oceani. Nei rilievi sul balcony hanno inoltre trovato 12 particelle di microplastica per litro di neve. Al campo base, circa 3100 metri più sotto, ce ne sono 79 per litro. "È la più alta discarica al mondo – ha commentato Imogen Napper, National Geographic Explorer e scienziato dell’Università di Plymouth, in Gran Bretagna – Le microplastiche, comuni negli oceani, non erano state finora studiate in montagna. Il problema è che i pezzi di plastica più grandi sono generalmente più facili da rimuovere di quelli micronizzati”. E quest’ultimi, dispersi nella neve, finiscono prima o poi nel Dudh Kosi, l’impetuoso fiume che raccoglie le acque di fusione dei ghiacciai dell’Everest e, scendendo, disseta il Nepal orientale.

Sempre più plastica ad alta quota. D’altronde, come più volte hanno denunciato le associazioni ambientaliste più attente alla realtà dell’alta montagna, la catena degli ottomila – e tanto più il suo rappresentante più alto e frequentato – da decenni è disseminata di rifiuti. Che all’inizio della corsa agli ottomila – dagli anni Venti del secolo scorso e poi, sempre più massicciamente, da metà dei Cinquanta – erano soprattutto metallo, legno e fibre naturali, ma in seguito sempre più plastica. “Gli esemplari raccolti – spiega ancora Napper – presentano significative quantità di fibre di poliestere, acrilico, nylon e polipropilene”. Sono i resti di tende, attrezzatura alpinistica, abbigliamento, soprattutto corde fisse, abbandonati da chi tenta l’ascensione dei giganti della Terra e, già sfinito dalle difficoltà e dalle condizioni meteorologiche, non si cura di ricaricare sulle spalle i propri rifiuti. Nonostante sia Nepal che Cina aumentino sempre più la quota – nella somma del permesso di salita – per chi non prova di aver riportato a valle lo stesso peso di materiale registrato alla partenza.
 

Covid-19 e inquinamento. Ma il gigante della Terra in tempi di confinamento ha anche ritrovato un po’ di pace. Se negli ultimi cinque anni la media dei summiteers, degli alpinisti arrivati in vetta, è stata di 613, la stagione appena conclusa ne ha visti in cima solo 51. D’altronde sia Cina, sia Nepal hanno sospeso il rilascio dei permessi e solo l’amministrazione di Pechino ne ha concessi tre: a una spedizione commerciale, un team di alpinisti professionisti e un gruppo di scienziati incaricati di rimisurare, per l’ennesima volta, l’altezza della più alta montagna del mondo (non è ancora stata comunicata e sembra che per la prima volta metta d’accordo i due governi che si spartiscono l’Everest). Due sono i risultati di questa minore pressione antropica sui fianchi del colosso e soprattutto alla base (oltre alle vie di accesso attraverso i Paesi da nord e da sud): per la prima volta dal 1981 non si è registrata alcuna vittima e a Kathmandu il tasso di inquinamento è crollato del 20%.