L'intervista

"La transizione energetica sia sostenibile per le aziende petrolifere"

Claudio Spinaci, presidente dell'Unione energie per la mobilità, che riunisce le aziende del petrolio in Italia, è preoccupato dalle esitazioni dei politici. E immagina un futuro in cui i carburanti sintetici e l'elettrico conviveranno
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"Greta in un certo senso ci ha fatto un favore perché ha attratto l'attenzione di tutti sull'annoso problema della conversione energetica". Quello che preoccupa Claudio Spinaci, presidente dell'Unione energie per la mobilità, che riunisce le aziende del petrolio in Italia, è che "certi stimoli vengano estremizzati dai politici, che invece dovrebbero cercare una via percorribile per l'industria. È impossibile, per esempio, pensare di rinunciare ai viaggi aerei a causa delle loro emissioni e non è neanche detto che sia giusto farlo, perché la vera sfida è renderli sostenibili".

Il Recovery plan può aiutare la transizione energetica?

"Al momento non c'è una visione strategica chiara, soprattutto in materia di energia e mobilità. Abbiamo proposto in tutte le sedi dei progetti per la progressiva evoluzione del settore attraverso lo sviluppo dei carburanti liquidi low carbon, destinati a sostituire con gradualità i carburanti fossili in tutti i segmenti del trasporto. Purtroppo il Piano nazionale di ripresa e resilienza trascura questa prospettiva industriale, tra l'altro coerente con le linee guida previste dal governo, su cui invece si stanno avviando investimenti importanti nel resto d'Europa. Crediamo che questa lacuna debba essere colmata, visto che oggi il nostro settore copre il 92 per cento del fabbisogno dei trasporti. Abbiamo presentato 86 progetti per 8 miliardi di investimenti entro il 2026, a cui bisogna aggiungere altri 10 miliardi fino al 2030, circa uno all'anno. Un'occasione da non perdere".


Di cosa si tratta?
 

"Ad oggi solo il 10% dei prodotti stradali è di origine bio, come appunto i biocarburanti, e l'obiettivo posto dal Piano energia e clima italiano per il 2030 è del 22%. Per raggiungerlo servirà puntare su nuove materie prime, derivanti per lo più dall'economia circolare, ma anche in questo caso i segnali non sono positivi perché si è ristretto l'elenco delle materie prime ammesse. In parallelo cominceremo a sperimentare i carburanti sintetici, che dovrebbero essere pronti dal 2035. Oltre allo sviluppo dei biocarburanti, quella è la frontiera più avanzata".


I carburanti sintetici si producono con l'idrogeno?
 

"Sì e con l'anidride carbonica e hanno un ciclo di vita neutrale per l'ambiente. Proprio per questa complessità al momento costano molto. Oggi il sintetico viene 5 euro al litro, contro i 50 centesimi della benzina, e l'obiettivo al 2035 è di arrivare ad 1 euro al litro. Il vantaggio è che si potranno usare per tutte le forme di trasporto, aerei e navi compresi".


Le raffinerie passeranno dal petrolio all'anidride carbonica?
 

"Sarà un percorso graduale. Entro il 2050 idealmente nelle raffinerie europee non ci sarà più una goccia di oro nero, ma solo anidride carbonica, idrogeno e biocarburanti di origine vegetale e dai rifiuti".


Basteranno 10 miliardi?
 

"Dopo il 2030 andranno aggiunti altri 30-40 miliardi per trasformare gradualmente gli impianti. Sottolineo la gradualità perché i nuovi carburanti potranno essere introdotti mantenendo il sistema distributivo e il parco auto, dunque senza traumi per il sistema Paese".


Non bisognerà cambiare auto?
 

"Esattamente, si passerà da un sistema all'altro senza problemi perché sono prodotti che hanno le stesse caratteristiche tecniche dei carburanti tradizionali".


Questo processo non rischia di essere superato dall'auto elettrica?
 

"L'auto elettrica è sicuramente utile in alcuni contesti, come l'ambito urbano, ma la decarbonizzazione finale non si raggiunge con una sola tecnologia. E poi anche le auto elettriche non sono a zero emissioni, tanto che da anni chiediamo che se ne tenga conto. Va considerato l'intero ciclo di vita".


Siete per la neutralità tecnologica, ma non bisognerebbe investire sull'energia più promettente?
 

"Certo e noi punteremo sui combustibili sintetici. Si tratta di una soluzione che può produrre benefici immediati nel trasporto leggero e poi essere estesa a navi e aerei dove l'elettrico non è un'opzione. L'obiettivo è abbattere dell'80-90% le emissioni nei trasporti. Credo che la vera soluzione sia una forte ibridizzazione delle motorizzazioni. Sintetico ed elettrico potranno unirsi in auto sempre più efficienti che consumeranno 1 litro ogni 30 chilometri".


Tutto questo tra trent'anni, ma non è tardi?
 

"Lo stesso accordo di Parigi ha riconosciuto che una decarbonizzazione immediata è impossibile, ma occorre un programma trentennale per trasformare il settore petrolifero e garantire in parallelo la sostenibilità ambientale, economica e sociale. L'Ue vuole accelerare solo che bisogna stare attenti a non favorire la deindustrializzazione e la delocalizzazione. Senza i tempi necessari le raffinerie rimarrebbero solo in Medio Oriente, Cina e Africa lasciando invariate le emissioni globali e aumentando le importazioni di prodotti finiti. La transizione deve esserci, ma in modo sostenibile per l'industria".


Quanto avete sofferto la pandemia?
 

"Se il fatturato italiano 2019 del settore era di 100 miliardi si stima per il 2020 un calo del 30-35 per cento, dovuto non solo alla diminuzione dei trasporti, in particolare aerei, ma anche alla discesa del prezzo del petrolio".
 

È cambiata l'importazione di petrolio negli ultimi anni?
 

"L'Italia importa il 90 per cento di energia tra petrolio e gas, ma è meno vulnerabile che in passato perché il mercato del petrolio è diventato globale e meno dipendente dal Medio Oriente, che resta con la Russia il tesoro delle riserve accertate. In percentuale i principali fornitori sono Azerbaigian (20), Iraq (17), Arabia Saudita (14), Russia (12), Kazakistan (8%), Nigeria (5), Libia (4), Stati Uniti (3), Egitto (3) e Norvegia (3). Se c'è la crisi in Libia, o il divieto sull'Iran, si importa più petrolio da un altro stato. Da questo punto di vista la raffinazione rappresenta un presidio per la sicurezza energetica del Paese che non possiamo perdere, perché se accade non la recuperiamo più".
 

Il petrolio quando finirà?
 

"Non ce n'è mai stato tanto. L'avvio della produzione americana ha dimostrato che, se continueranno gli investimenti, il petrolio garantirà energia al mondo per i prossimi 50 anni. Certo prima o poi finirà ed anzi è bene ricordare che all'epoca la corsa alle rinnovabili nacque più da questa paura che da ragioni ambientali".