EDITORIALE

Il diritto di respirare

Londra e Francia, arrivano sentenze che stabiliscono il diritto ad avere aria pulita. Ma la voglia di ripresa economica lo minaccia
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La decisione del coroner inglese Philip Barlow a Londra lo scorso dicembre di riconoscere ufficialmente l’inquinamento atmosferico come causa della morte della piccola Ella Kissi-Debrah, avvenuta nel 2013, è una pietra miliare dal punto di vista giuridico. Perché stabilisce, dopo anni di cause legali e contraddicendo precedenti referti medici, che quello che respiriamo può ucciderci. Londra ha aperto una strada. E la Francia l’ha subito seguita. Tre settimane fa un tribunale di Bordeaux ha rifiutato l’espulsione verso il paese di origine di un cittadino del Bangladesh sofferente di asma. “Troppo elevato lì il tasso di inquinamento”, la salute sarebbe a rischio. Le due pronunce mettono legislatori e governi di fronte a precise responsabilità. La prima è quella di far conoscere ai cittadini la qualità dell’atmosfera che li circonda. La seconda di evitare di essere avvelenati da fumi, polveri e gas nell’aria in concentrazioni tali da compromettere il diritto alla vita stabilito dall’articolo 3 della Dichiarazione dei Diritti Umani. La rotta dell’inquinamento insomma va subito invertita. Ma non sembra che ciò stia accadendo.

Nel nuovo numero del mensile Green&Blue. Aria pesante: cosa stiamo respirando?

Tre mesi fa l’Italia è finita in procedura di infrazione per aver superato in maniera sistematica e continua i valori della concentrazione di particella Pm10. Il lockdown della scorsa primavera ha abbassato il livello inquinamento da biossido di azoto grazie alla riduzione del traffico, ma ha lasciato inalterato quello di Pm10 e Pm 2,5. Ma l’aria che respiriamo non è il solo problema che affligge il pianeta. Anche il riscaldamento climatico non dà segni robusti di inversione di tendenza.


Il direttore della Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, ha lanciato un allarme generale sulle emissioni di CO2: è pissibile un rimbalzo a causa della ripresa economica che molti paesi incoraggiano, a cominciare dalla Cina. Servono insomma correzioni di rotta urgenti. Il Recovery Fund europeo fornisce le risorse necessarie e negli Usa il cambio di amministrazione permette di sperare in diverse politiche ambientali. Bisogna insistere. Perché la partita contro il Covid prima o poi si vincerà. Ma contro inquinamento e crisi climatica si perde di sicuro. E non c’è rivincita.