CON OCCHI DI SELVA

Bomarzo, i segreti del Sacro Bosco e i mostri ritrovati

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri
5 minuti di lettura

Fino a non troppi decenni orsono l’Italia era un paese alquanto distratto nella gestione dei beni culturali, soprattutto quelli distanti dalle città. Un caso emblematico è stato per secoli Bomarzo, come sappiamo feudo cresciuto intorno al castello dei duchi Orsini, che qui ebbe in Vicino un signore illuminato, che fece incaricare una delle archistar del proprio tempio, Ligorio Pirro, di disegnare un vasto teatro mitologico colmo di riferimenti e opere fantasiose, compiuto in seguito nell’arco di trent’anni. Quel “boschetto”, come lo chiamava il conte, a noi è giunto col nome di Sacro Bosco o Parco dei Mostri. Quel che molti ignorano, soprattutto nelle generazioni meno datate, è che questo luogo rimase praticamente abbandonato fino alle soglie dei nostri attuali tempi, completamente abbandonato a sé stesso, preda del bosco, dei pastori e di qualche contadino.

(foto: Simone Ramella/Flickr

Si trovano ancora in circolazione le fotografie scattate nel 1952 (alcune fonti riportano il 1949) da Herbert List, fotografo dell’agenzia Magnum, celebre per i suoi scatti glamour ma nel tempo libero appassionato di siti storici che visitava nei paesi mediterranei, in Grecia e Italia; quando vi mise piede immortalò le condizioni miserande delle statue annerite e forse lo scatto più celebre ritrae un giovanissimo pastorello in calzoncini corti, in piedi al centro della Grande Bocca, sorretto ad un bastone e attento a vigilare un gregge di pecore. Nel mio piccolo archivio ne conservo una copia su cartolina, ingiallita e adeguatamente imbarcata.


A risollevare le sorti di questa meraviglia non bastarono il cortometraggio girato fra questi volti fantastici nel 1948 da Salvador Dalì, di cui potete vedere un resoconto, purtroppo al limite dell’esilarante involontario, a cura dell’Istituto Luce su Youtube, tantomeno un elegante documentario, "La Villa dei Mostri", di Michelangelo Antonioni, girato nell’estate del ‘50. Prendetevi il tempo di andarlo a vedere, dura meno di dieci minuti, e forse anche più d’ascoltarlo, la lingua ricca e spavalda, l’ironia leggera. Vedrete quel che oggi appare inimmaginabile ma che era il semplice stato delle cose fino a un mucchietto di giri di lune fa, le condizioni in cui versava quell’“incanto di pietra”, come recita la voce narrante di Gerardo Guerrieri: un bel campo di mais alle spalle del grande Elefante, una delle sculture che noi amiamo fotografare quando ci rechiamo, da moderni turisti al Sacro Bosco, somarelli allegri, statue di divinità dimezzate o avvinte da folta vegetazione, erbe, alberi, rampicanti.

(foto: Simone Ramella/Flickr

E poi quel fumo, che un contadino soffia, dentro la Grande Bocca, già incontrata poche righe sopra, con un mantice, per arrostire una pannocchia. Vien da piangere, o da sorridere, a seconda del vostro spirito. Insomma, malinconiche eredità di un mondo che noi, possiamo ben dirlo, per fortuna non conosciamo più. Ma questo non è poi tanto diverso da quel che accadeva in tanti altri luoghi d’Italia, basti pensare a certi beni posseduti da Savoia e precipitati in disgrazia dopo la fine del Secondo conflitto mondiale o, per citare altri paesi, agli abitanti che in Grecia avevano costruito casupole sopra le rovine delle grandi acropoli della civiltà antica, ignorando volutamente il peso di tutta la storia che riposava, lì sotto, in letargo. Valga il caso di Delfi. Nemmeno l’elogio di un intellettuale come Mario Praz che qui passò nel 1949 fu sufficiente a ridestare l’interesse dello Stato, dei Ministeri, che da qui distano un’oretta di autovettura, o poco più.
(foto: Simone Ramella/Flickr

Pochi sanno che il Sacro Bosco è stato incredibilmente recuperato da due privati, Giancarlo e Tina Severi Bettini, nel 1954 acquistarono i terreni e, a proprie spese, fecero recintare l’area, ripulire le opere, talora addirittura disotterrandole, riducendo la folta vegetazione cresciuta nella totale incuria, eliminando tigli e castagni e le diverse specie arboree che non rientravano nel disegno originario. I resti delle statue furono ricomposti, i sentieri ristabiliti, le opere riportate al disegno originale. Il tutto senza domandare un soldo, uno, allo Stato italiano.

Mentre in Italia proseguiva l’inspiegabile indifferenza all’estero i mostri di Bomarzo assumevano un carattere mitologico, generando un fascino ed un richiamo non dissimile da altre grandi opere delle civiltà passate. Ad esempio, nel 1957 usciva in Francia Les Monstres de Bomarzo, di André Pieyre de Mandiargues per l’editore Grasset, fra gli altri editore del primo romanzo della Recherche di un certo Marcel Proust.

Nel 1962 seguiva un libro fotografico di Gilles Ehrmann con prefazione di André Breton che definiva Bomarzo “arte grezza” o “spontanea”, riprendendo un concetto espresso nel 1945 dal pittore Jean Dubuffet, ovvero arte creata da artisti non professionisti (termine “orribile”), oppure opere di pazienti degli ospedali psichiatrici, e di fatti si avvicina a quell’arte “naïf” di cui da noi è stato inconsapevole esponente il Tedesco di Gualtieri, Antonio Laccabue o Ligabue. Nel 1962 lo scrittore argentino Manuel Mujica Lainez pubblica il romanzo Bomarzo che illustrava, con qualche aggiunta fantasiosa, la storia del conte Orsini, tradotto in varie lingue e dal quale venne tratta un’opera messa in scena a Washington cinque anni più tardi. Inoltre, il nascente movimento di artisti della Land Art, in rotta col sistema ufficiale dell’arte che secondo loro non faceva che mercanteggiare idee e opere, adottò Bomarzo quale uno dei prototipi storici, come testimoniato dalle visite di Robert Smithson, uno dei fondatori e ideatori del movimento.

Nel corso di quattro decenni la famiglia Bettini ha cercato di fare tutto quel che poteva ed è grazie a loro se oggi esiste una struttura (privata) che conserva e gestisce il sito al meglio, garantendo l’apertura al pubblico. E quando andrete a visitarlo non dimenticatevi di versare una parola, di riservare un ringraziamento ai “salvatori”, Giancarlo e Tina, seppelliti nel Tempietto: basta un segno della croce, un inchino appena accennato, una rosa o un fiore qualsiasi posati ai piedi di una colonna. E mi chiedo, chissà che fine avrà fatto quel pastorello che sgambettava qui da ragazzino, nelle riprese in bianco e nero del documentario di Antonioni.

La Piramide Rupestre. Sapevate che a Bomarzo è stata rinvenuta una piramide etrusca? A poca distanza dai confini del Giardino dei Mostri, nei boschi di frazione Cagnemora, c’era un sasso che i cacciatori locali usavano come punto di ritrovo. Alcuni archeologi ogni tanto venivano a cercarla ma è stato un giovane che nel tempo libero ha deciso di ripulirla, nell’inverno fra il 2008 e il 2009, Salvatore Fosci, che l’ha restituita all’attuale stato: da solo e poi col sostegno del sindaco è stata rimossa la terra, i tronchi e gli strati di foglie secche che in buona parte la ricoprivano. In pochi anni è diventata un attrattore turistico, una vera e propria piramide attribuita agli Etruschi, ma qualcuno sussurra addirittura al 1800 a.C. Otto metri di altezza scendendo dal monte sulla quale siede e sedici se arrivate dalla parte opposta. Ventotto gradini simbolici – come i giorni del ciclo lunare – scolpiti nella roccia vulcanica, uno dei maggiori, se non il più grande manufatto di arte rupestre ritrovato in Italia.
 

In memoria di un cavallo. Se ancora avete bisogno di ulteriori stimoli per mettere in agenda una giornatina a Bomarzo aggiungo la ciliegina sulla torta. A poca distanza dalla Piramide c’è la tomba di un cavallo. Ora, nelle mie girovaganti dendrosofie, nel corso di oltre quindici anni, ho incontrato la tomba di vari animali, o meglio di varie tipologie di bestie. Ad esempio ricordo la tomba del compianto cane Werter, nei giardini del parco del Castello di Racconigi, in Piemonte, circondata da quattro splendidi platani orientali a zampa di elefante e voluta dalla principessa di Savoia-Carignano Joséphine di Lorena-Armagnac mentre il suo adorato cagnolino era ancora in vita. Sul pilastrino che ne porta la statuetta si legge: "Verter sono io di Gioseffina ancora lieto a lei presso ognora e già i vezzi miei blandi e la mia fede han qui eterna mercede". Sublime. Oppure penso alla tomba della lupa di Gubbio, attualmente presentata come la tomba dell’animale pacificato da San Francesco ma di cui la verità, l’obiettività storico-scientifica, sarebbe probabilmente assai problematica da accertare. Se siete stati nelle terre francescane e l’avete mancata recuperate, si trova nella cripta della chiesa di San Francesco della Pace. E qui, fra i boschi di Bomarzo, c’è una tomba dedicata al cavallo Musetto, una semplice lapide di marmo piantata nella terra. Il cavallo correva al locale Palio di Sant’Anselmo che si celebra coi fasti delle feste medioevali nel mese in primavera, e infatti la sua morte fu causata da un incidente avvenuto il 25 aprile 2001, uno scontro accidentale contro una palizzata in legno. Sulla lapide potete ancora leggere, sebbene inizi ad essere sbiadito:

MUSETTO
Resterai sempre
nei nostri cuori

Questi stessi boschi si allungano fino alla Torre del borgo Chia, ora nel comune di Soriano del Cimino – lo stesso comune che ospita una delle più belle faggete vetuste d’Italia – ma fino al 1942 parte del territorio di Bomarzo, edificata nel 1200 ma nota ai tempi nostrani perché luogo amato da Pier Paolo Pasolini che la scoprì nel 1963, prima passandovi alcuni periodi in solitudine, poi girando alcune scene del film Il Vangelo secondo Matteo (lo stesso che lo portò ai Sassi di Matera) e infine, ultima sua dimora prima della tragica morte nelle campagne di Ostia.

 

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. E' autore di molti libri e medita.
Studiohomoradix.com