Emissioni
(reuters)

Crediti di CO2, l'allarme degli esperti: "Dubbi sul sistema adottato dalle compagnie aeree"

Una inchiesta del sito britannico The Guardian mette in discussione il metodo adottato da alcune linee aeree per calcolare i ''carbon credits''. In particolare, l'uso inconsistente dei metodi e degli strumenti per predire il calo dell’inquinamento generato dai progetti volti a compensare le emissioni

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LONDRA – Un’inchiesta del Guardian ha scoperto che i cosiddetti "crediti di carbonio" generati da iniziative per la protezione delle foreste sono basati su un sistema difettoso e poco credibile. Nello specifico il quotidiano londinese, nell’indagine condotta insieme a Unearthed, il braccio investigativo dell’associazione ecologista Greenpeace, accusa alcune delle più grandi compagnie aeree mondiali di presentare un’immagine più ambientalista di quanto siano in realtà.

È il fenomeno noto come greenwashing, neologismo inglese che generalmente viene tradotto come ecologismo di facciata o ambientalismo di facciata, indicando la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un'immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell'impatto ambientale. E in particolare l’inchiesta firmata da Patrick Greenfield chiama in causa i carbon credit, ossia i certificati negoziabili, in genere equivalenti a una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale, realizzato con lo scopo di ridurre o riassorbire le emissioni globali di CO2 e altri gas ad effetto serra prodotti da un’azienda o da un’istituzione.

L’inchiesta del Guardian non nega che molti progetti per la protezione delle foreste abbiano un effetto positivo per la conservazione degli habitat naturali. Ma afferma che i "crediti" prodotti da tali programmi siano calcolati in modo errato, in sostanza esagerando la riduzione di emissioni nocive ricavata dall’iniziativa.


L’indagine ha esaminato i programmi ambientali di questo genere condotti da mezza dozzina di linee aeree, tra cui la British Airways e la Easyjet, riscontrando un uso inconsistente dei metodi e degli strumenti per predire il calo dell’inquinamento generato dai progetti in questione. Per esempio, 12 progetti affermano di avere prodotto complessivamente una riduzione di 24 milioni di tonnellate di emissioni nocive, ma in 11 su 12 il tasso di deforestazione non dimostra differenze e nell’unico in cui le evidenzia c’è un’esagerazione del 40%.

Verra, l’organizzazione che certifica i programmi di carbon credit, ha risposto all’inchiesta sostenendo che il Guardian non capisce la metodologia impiegata. E la British Airways ribadisce di essere impegnata a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2050.
 

E la Easyjet risponde così: “Riconosciamo che programmi di questo genere sono una misura a interim mentre vengono sviluppate tecnologie per motori a zero emissioni. Stiamo già riducendo le emissioni con aerei più efficienti del 15% nel consumo di carburante. E siamo impegnati a una completa transizione non appena nuovi motori a emissioni zero, che sosteniamo nella nostra partnership con Airbus, saranno disponibili forse già nel 2035. L’inchiesta del Guardian fornisce un’immagine inesatta e rimaniamo fiduciosi che i nostri progetti contribuiscano a ridurre la deforestazione”.


Ma le incongruenze citate dal quotidiano londinese dimostrano come minimo l’esigenza di prestare più attenzione a quanto viene dichiarato dalle compagnie che hanno inquinato l’ambiente e ora promettono di ripulirlo, richiedendo calcoli più accurati dell’impatto ambientale delle proprie azioni e dei correttivi applicati. Non basta un greenwashing per ottenere la patente di verde ambientalista.