Ambiente

Identikit dei "climatariani", quando l'impronta sull'ambiente è tutto

(foto: Steffi Loos/Getty Images) 
C'è chi è diventato vegetariano e chi ha cambiato del tutto stile di vita. Un'inchiesta del New York Times accende i riflettori sulla nuova filosofia che sta influenzando anche il mercato nel segno della sostenibilità, a cominciare dalla tavola
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Ossessionati dall’impronta ambientale, come finora lo si era dalle troppe calorie ingerite prima dell’estate e della prova costume. Come racconta un’inchiesta pubblicata su The New York Times, sarebbero sempre di più le persone che controllano le emissioni di anidride carbonica provocate – direttamente o meno – dalle loro attività quotidiane. Si definiscono “climatariani”, termine apparso per la prima volta sullo stesso quotidiano statunitense nel 2015 ed entrato l’anno successivo nel Cambridge Dictionary. La tendenza si diffonde di pari passo con l’aggravarsi della crisi climatica e riguarda soprattutto le abitudini alimentari.

C’è chi decide di mangiare solo cibi di provenienza locale, ma evita gli avocado perché vengono esportati e viaggiano anche per migliaia di chilometri, mentre la loro coltivazione ha impoverito i corsi d’acqua del Sud America. Oppure, c’è chi ha cambiato stile di vita, dopo aver letto che – secondo l’Environmental Protection Agency – le emissioni di gas serra generate dall’agricoltura sono aumentate del 12% dal 1990 al 2019.

Perciò sono nate app che offrono ricette “climatariane”, come Kuri, o che individuano i locali dove trovare proposte adatte, come Happy Cow. Catene di ristoranti come Just Salad e Chipotle, invece, hanno iniziato a contrassegnare nei loro menu le pietanze a basso impatto. Funziona? Da quando Just Salad ha aggiunto proposte “climatariane” a quelle tradizionali, lo scorso autunno, più del 10% delle vendite di insalate si è registrato in quel settore. C’è anche Moonshot, azienda di San Francisco che produce una linea di cracker con ingredienti coltivati in modo rigenerativo, con grano antico macinato a pietra e imballaggi riciclati al 100%.

In generale, la dieta “climatariana” si concentra su ortaggi o frutta di stagione e su prodotti a chilometro zero; mette al bando la carne proveniente da allevamenti intensivi e punta a diminuire il consumo di tutti gli ingredienti di origine animale. Tuttavia, non è sempre facile ed esistono varie opzioni. Molti sostenitori di questo pensiero, ad esempio, non sono vegetariani e preferiscono il pollo o l’agnello al manzo. Altri lamentano di essere trattati con intolleranza o sufficienza da coloro che non ne condividono la filosofia.

Ma per Jennifer Jay, del dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università della California a Los Angeles, si può fare la differenza modificando il proprio comportamento a tavola. Secondo uno studio del 2020, anche se si smettesse subito di usare i combustibili fossili, le emissioni dei sistemi alimentari ci impedirebbero comunque di invertire la rotta.

Quando gli studenti di Jay hanno ridotto il consumo di carne rossa da tre porzioni e mezza a due e mezza la settimana, hanno tagliato di un chilogrammo al giorno la CO2. Se lo facesse l’intera popolazione per un anno, la riduzione sarebbe di 106 milioni di tonnellate. Cioè l’equivalente di un terzo degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.