La proposta

Una carbon tax "sociale" per proteggere l'ambiente e i Paesi più poveri

In uno studio tedesco l'ipotesi di una tassa globale sulle emissioni, redistribuita tra tutti i cittadini, per fare sì che a pagare per la crisi climatica non siano i Paesi svantaggiati
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Proteggere la biosfera e ridurre al contempo la povertà estrema nelle aree più svantaggiate del mondo. Mettere in atto misure a difesa dell’ambiente senza esacerbare le disuguaglianze. Binomi possibili, grazie a un sistema di tassazione delle emissioni, combinato a una redistribuzione “sociale” dei suoi introiti dai Paesi ricchi a quelli poveri. È la tesi di un gruppo di ricercatori del prestigioso Potsdam Institute for Climate Impact Research  (PIK), che sovverte lo schema ormai accettato secondo cui il costo per politiche ambientali drastiche ed efficaci finirebbe per ripercuotersi sui Paesi in via di sviluppo, impoverendoli ulteriormente.

Al contrario, l’analisi pubblicata su Nature Communication offre per la prima volta una soluzione per superare il dualismo tra politiche climatiche “aggressive” e riduzione della povertà: un approccio win-win di cui – scrivono i ricercatori tedeschi – “beneficeranno sia il Pianeta che i suoi abitanti, nessuno escluso”.

La sfida che ci attende nei prossimi decenni non ha precedenti: “correggere” l’economia globale in modo che l’utilizzo massiccio di fonti fossili venga via via accantonato, lasciando spazio a quelle più sostenibili. Una metamorfosi delle attività industriali e di produzione che decimerà le emissioni di gas serra, non senza conseguenze sociali. “Le politiche ambientali sono vitali per mettere al sicuro da impatti dirompenti come siccità, inondazioni e perdita dei raccolti – spiega Bjoern Soergel, ricercatore al PIK e primo autore del lavoro – ma allo stesso tempo, per milioni di persone si tradurranno in prezzi più elevati per cibo, energia e altre risorse”.

Una dinamica che, se non governata, colpirà sproporzionatamente la parte più povera del Pianeta, quella che oggi ha a disposizione meno strumenti per fronteggiare il grande cambiamento. Che fare allora per spezzare questa spirale? Secondo il team di climatologi, esperti di modellazione energetica ed economisti di Potsdam, la chiave sarebbe una carbon tax “sociale”, una tassa sulla CO2 i cui introiti verrebbero redistribuiti ai cittadini di ogni Stato in maniera progressiva. Non solo: gli studiosi suggeriscono l’introduzione di un meccanismo finanziario internazionale, che preveda un vero e proprio “dividendo climatico” versato come compensazione dai Paesi ad alto reddito a quelli a medio e basso.

In questo modo, i costi sociali della Crisi climatica, oggi a carico della collettività, si trasferirebbero ai grandi inquinatori – superpotenze sia industriali che nazionali – mentre i piccoli contribuenti, così come i cittadini delle aree più povere del mondo, diventerebbero beneficiari netti. “I nostri modelli – prosegue Soergel – ci dicono che è tecnicamente possibile trasformare ciò che oggi consideriamo un compromesso inconciliabile (tutela dell’ambiente e riduzione della povertà, ndr) in una sinergia virtuosa”.

Ridurre il più possibile la povertà ed eradicare quella estrema di chi vive con meno di 1.9 $ al giorno è il primo dei 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un target che, proseguendo con l’attuale modello di sviluppo, rischia di fallire: le proiezioni del PIK stimano in 350 milioni le persone ancora sotto questa soglia all’inizio del prossimo decennio. Ma c’è di più: “La messa a terra delle misure a difesa dell’ambiente per bloccare a 1.5 °C l’aumento della temperatura media globale aumenterebbe la platea a 400 milioni”, si legge nella pubblicazione. Per evitarlo, Soergel e colleghi sostengono che sarebbe sufficiente redistribuire solo il 5% dei proventi di una carbon tax globale con cui i Paesi ricchi risarcirebbero gli “effetti indesiderati” della transizione ecologica perfino nelle zone più povere della Terra come l’Africa subsahariana e alcune parti di America latina e Sud-est asiatico.

Uno sforzo minimo per i “garantiti”, che tuttavia potrebbe assicurare a 45 milioni di persone l’uscita dalla soglia di povertà in meno di dieci anni. “La riduzione della povertà dovrà diventare il cuore dell’azione climatica e delle politiche ambientali – conclude Soergel –. Per vincere davvero questa sfida, i costi del climate change andranno condivisi in modo più equo rispetto a oggi”. Ancora una volta la scienza ci indica una strada, avremo abbastanza volontà politica per percorrerla?