Economia

Il Pil mondiale a -10% se non si fermano emissioni e riscaldamento

Paesi dell'Asia a rischio per le alluvioni (ansa)
Un rapporto dello Swiss Re Institute sugli scenari se non si rispetteranno gli accordi di Parigi. Un impatto diverso a seconda delle aree geografiche: Stati Uniti, Canada e Germania i meno vulnerabili, sud-est asiatico e America Latina a maggiore rischio
3 minuti di lettura

Il cambio climatico ha un costo sempre più pesante, e questo è in grado di intuirlo chiunque veda le immagini di una disastrosa alluvione o di una straziante siccità. Ora c’è una cifra: questi oneri per l’umanità, sommati anno dopo anno, porterebbero il mondo a perdere più del 10% del Pil complessivo (fino al 18%) alla metà di questo secolo, se non si rispetteranno gli accordi di Parigi. In base agli accordi, com’è noto, si dovrebbe arrivare allo scenario delle zero emissioni nette di CO2 in atmosfera: un traguardo che, se non cambieranno al più presto comportamenti e investimenti, sarà ampiamente mancato. Le previsioni, documentate scientificamente in una fitta serie di dati e tabelle, sono contenute in un rapporto dello Swiss Re Institute, il braccio di ricerca del grande gruppo di riassicurazioni svizzero.

Un costo diverso a seconda dei Paesi

Nel rapporto si dipingono diversi scenari. Quello di base indica che, al punto in cui siamo nel controllo delle emissioni (cioè molto indietro sulla tabella di marcia), la temperatura nel 2050 anziché salire “decisamente meno di 2 gradi rispetto all’era pre-industriale” come recitano gli accordi di Parigi, salirà invece di 2-2,6 gradi centigradi, con conseguenze rovinose. Una rotta da correggere immediatamente. «Il danno per la collettività sarà doppio», spiega Jerome Haegeli, capo economista del gruppo Swiss Re. «Da un lato continueranno e si aggraveranno tutti i fenomeni atmosferici devastanti connessi con il riscaldamento globale, dall’altro sarà conseguita una crescita economica minore rispetto a quella potenziale cui si potrebbe mirare in presenza di un miglior controllo delle emissioni».

Le conseguenze a catena saranno micidiali, anche perché per tragica ironia del destino – scrive il rapporto – proprio le aree del mondo considerate “il motore della crescita globale per i prossimi anni”, come il Sud-est asiatico, saranno invece le più bersagliate dagli effetti climatici avversi. Questi effetti, infatti, colpiranno in maniera sempre più diseguale le diverse zone del pianeta. “Paesi come gli Stati Uniti, il Canada e la Germania – si legge nello studio – sono fra i dieci meno vulnerabili”. Fra le maggiori economie, preoccupa la posizione molto bassa in classifica della Cina, “in parte dovuta alla rapida urbanizzazione e all’impetuosa crescita economica che la espongono a rilevanti rischi climatici”.

Comunque anche a Pechino si stanno approntando investimenti sempre più massicci per migliorare le condizioni ambientali “e c’è una sempre maggior consapevolezza”, tanto che la transizione verde è un concetto chiave nella XIV programmazione del Paese. «Perciò – conferma Haegeli – crediamo che la Cina sia in corsa per un rapido allineamento ai Paesi più avanzati in questo senso». I più suscettibili a duri contraccolpi restano il sud-est asiatico, l’America Latina (soprattutto per le siccità), e determinate aree dell’Europa settentrionale e orientale per quanto riguarda le eccessive precipitazioni e quindi le possibili alluvioni.

Cali del Pil in rapporto ai gradi di innalzamento

Lo scenario di base del rapporto prevede dunque che il pianeta al traguardo della metà del secolo sarà più caldo in media del 2-2,6% rispetto all’era pre-industriale. Ci sono delle differenziazioni in termini di minore prodotto lordo: se il riscaldamento sarà di 2 gradi il costo sarà dell’11% di Pil in media mondiale, con punte del -14% in Medio oriente e Africa e del 17% nell’Asia del sud-est (i territori dell’Asean). Viceversa, per l’Europa il costo del mancato adeguamento sarà sì salato ma di non più del 7,7% (e del 6,9% per gli Usa). Ma se si arriverà alla soluzione peggiore di questa “forchetta”, cioè i 2,6 gradi, il costo salirà al 13,9% nel mondo, al 21,5% per Medio Oriente e Africa e addirittura al 29% nella zona Asean. Anche l’Europa pagherà di più: l’8% di mancato Pil (e il 7,4% in Nordamerica). Non è finita: il rapporto delinea anche uno scenario ancora peggiore (ma plausibile se continueranno certi comportamenti ad elevato rischio), ovvero che il mondo si riscaldi di 3,2 gradi: in questo caso il mancato Pil salirà al 18% nel mondo e fino al 37,4% nel sud-est asiatico.

La soluzione è una risposta coordinata e globale

Lo studio della Swiss Re analizza anche, con rimarchevole lucidità, le conseguenze economiche delle misure che si potrebbero prendere per tagliare di netto le emissioni. Anche ottemperare agli accordi di Parigi – cioè restare “ben al di sotto dei 2 gradi” - avrà un costo, riconosce il rapporto, solo che è nettamente minore, non più del 4,2% di Pil a livello globale, cifra che scende ulteriormente al 2,8% per l’Europa. Misure drastiche comporterebbero una significativa ricaduta economica. Lo studio si sofferma come esempio-campione sulla carbon tax tante volte invocata. Bene, le conseguenze sarebbero pesanti sui bilanci delle utilities e di settori industriali quali l’energia e le materie prime: l’impatto di un’imposta per esempio di 100 dollari per tonnellata di CO2 emessa equivarrebbe a una perdita fra il 40 e l’80 per cento degli utili per azione in questi comparti. E per colmo di sventura a soffrirne di più sarebbero ancora una volta le attività localizzate in Asia.

L’unica soluzione, conclude il rapporto, è una risposta attiva coordinata a livello globale. Sempre tenendo ben fermo il presupposto che agli accordi di Parigi occorre aderire, e che fra tutti gli scenari la non-azione sarebbe sicuramente il peggiore. I settori pubblici e privati devono lavorare e investire insieme nella direzione prefissata, comprese – rileva il rapporto di Swiss Re – le assicurazioni “quali provider di capacità di trasferimento dei rischi”. Solo una completa conoscenza dei rischi e la capacità di effettuare investimenti a lungo termine possono facilitare la transizione verso un’economia a basse emissioni. Oltre alla conoscenza e alla responsabilizzazione, scrive lo studio, “devono migliorare la trasparenza e lo scambio di dati”. E’ poi necessario, e qui il gruppo svizzero si unisce alle tante richieste provenienti dai vari settori, “una convergenza internazionale e una fissazione precisa di quali investimenti in realtà siano da considerare ‘green’ e sostenibili”. Su questa base, i vari governi dovrebbero “stabilire delle più precise roadmap per conseguire gli obiettivi dell’accordo di Parigi”.