L'analisi

Dopo la condanna restano i dubbi sul futuro di Taranto

La sentenza di primo grado sull'ex Ilva non aiuta a risolvere un fallimento nazionale e la città-fabbrica resta il simbolo dell'emergenza ambientale, sanitaria e di drammatici contraccolpi sociali
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Ci eravamo dimenticati di Taranto. Un’altra volta. Come sempre. Prima nei decenni dell’industrializzazione di Stato, culminati nella crisi dell’inizio degli Anni 90. Poi nel ventennio della privatizzazione che aveva consegnato alla famiglia Riva una gallina dalle uova d’oro, con connessioni politico-amministrative tutt’altro che limpide, al pari delle emissioni nocive. Infine, nel decennio successivo al clamoroso sequestro giudiziario e al successivo esproprio governativo, che si conclude oggi con la sentenza (di primo grado, mai dimenticarlo) del maxiprocesso “ambiente svenduto”. 

Il tempo passa e il caso Taranto resta lì. Scorre carsico, riemerge periodicamente. Per le iniziative giudiziarie, invocate ed esecrate a corrente alternata (Procure, tribunali, giudici civili, Tar e Consiglio di Stato). O per le convulsioni politiche: solo negli ultimi anni, la ri-statalizzazione, la ri-privatizzazione, la ri-ri-statalizzazione, per non dire delle bonifiche annunciate pomposamente e sistematicamente rallentate. 

Taranto resta un fallimento nazionale, con qualunque occhiale si vogliano osservare, da vicino o da lontano, l’emergenza ambientale e sanitaria, i contraccolpi sociali, l’impatto industriale di una città-fabbrica che vale circa l’1 per cento del Pil italiano e, a dispetto dello sfascio attuale (100 milioni di perdita mensile) è ancora un gioiello da sfoggiare nelle serate di gala, come sostiene Federico Pirro, l’economista pugliese che più l’ha studiata e conosciuta. 

Da quel giorno di luglio del 2012 in cui il giudice per l’indagine preliminare Todisco sequestrò l’impianto, denudando il re dell’acciaio e mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità, il tempo sembra essersi fermato. Certo, la sentenza di oggi rende giustizia ai comitati civici e alle associazioni ambientaliste che per anni, e in solitudine, hanno battagliato contro i mulini a vento, denunciando i danni alla salute dei tarantini (e non, buona parte degli operai dell’Ilva arriva dalle province confinanti), il disprezzo dell’ambiente, la latitanza (o peggio, la connivenza) di istituzioni pubbliche asservite a interessi privati. È grazie a una militanza pervicace e silenziosa che quindici anni fa si scrissero i primi libri, che partirono le inchieste giudiziarie, che le tv si accorsero di Taranto. E che oggi abbiamo dati, informazioni, documenti per capire che cosa è successo in cinquant’anni di disastro ambientale. 

Per quanto efficace (anche se a distanza di troppi anni dai fatti) la giustizia penale può ristabilire una verità storica e processuale. Le motivazioni della sentenza e i successivi gradi di giudizio definiranno con esattezza, e distinguendo, le responsabilità penali individuali, nell’azienda e nelle istituzioni. 

Ma ora, che ne sarà di Taranto? A questa domanda nessun processo, nessuna condanna possono rispondere. La verità più penosa per Taranto, oggi, è non avere un futuro. Non aver risolto l’enigma salute-lavoro. Non aver definito un destino industriale. Non aver attrezzato una risposta (registro tumori, monitoraggio continuo delle emissioni, sorveglianza epidemiologica complessa) per garantire a chi lavora e vive all’ombra delle ciminiere che questo disastro non si ripeterà.