L'intervista

"Veleni e plastica dal cargo affondato saranno nei mari all'infinito"

Francesco Regoli, docente di Scienze della vita e dell'ambiente 
Il docente di scienza della vita Francesco Regoli analizza gli effetti dello sversamento della nave cargo: "Effetti immediati e a lunghissimo termine. È indispensabile vigilare sulla sicurezza di navi come queste
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Francesco Regoli dirige il Dipartimento di Scienze della Vita e dell'Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche e ha spesso approfondito gli effetti sugli ecosistemi degli incidenti in mare occorsi a navi-container o petroliere. “Quanto accaduto alla nave cargo affondata mercoledì al largo delle coste dello Sri Lanka – dice – non sorprende: non è la prima volta e temiamo non sia l’ultima. In attesa di fare luce su questo singolo episodio sarebbe il caso, in linee generali, di discutere sulla sicurezza della navigazione di imbarcazioni e navi che spesso denunciano età inidonee e trasportano merci e sostanze pericolose”.

Quali sarebbero le azioni da intraprendere subito?

“Ci sono due considerazioni fondamentali: la prima riguarda gli effetti immediati dell’inquinamento, legati in particolare alle sostanze acide immesse in mare; la seconda, non meno significativa, riguarda invece gli effetti a lungo termine, legati per esempio alla cosiddetta marine litter e ai 28 container di materiali grezzi utilizzati per la produzione di buste di plastica, che alcune popolazioni animali potranno scambiare per cibo”.

La nave trasportava circa 25 tonnellate di acido nitrico, idrossido di sodio e altri componenti chimici pericolosi.
“L’effetto di questo sversamento sarà visibile a stretto giro: gli acidi avranno un impatto sugli ecosistemi e sui pesci, e in particolare sul carbonato di calcio di cui sono composti i gusci dei molluschi, ma confidiamo che tra gli altri componenti chimici non vi siano sostanze ancor più nocive, con tempi di permanenza nell’ambiente potenzialmente infiniti. La pericolosità non è generalmente legata alla quantità dello sversamento ma alla tipologia degli inquinanti. E per gli acidi il mare, con il suo effetto “tampone”, potrebbe limitare le conseguenze”.


E per la plastica?
“Siamo di fronte a un paradosso.  Quest’episodio deve aiutare a far riflettere perché in mare sono finite 'palline' di plastica, un materiale destinato a produrre oggetti in plastica che a loro volta sarebbero potuti finire in mare, come accade ogni anno con 12 milioni di tonnellate di rifiuti. Una considerazione triste, perché gli organismi marini ne pagano le conseguenze. E non si parli di resilienza: qualsiasi organismo, a contatto con sostanze di natura chimica estranee al suo ambiente, subisce uno stress che può tradursi in effetti diretti e immediati e in effetti cronici, come l’insorgenza di fenomeni tumorali. I secondi sono evidentemente più subdoli: così, solo fra qualche mese, se non fra qualche anno, avremo un quadro chiaro delle conseguenze di quanto accaduto in Sri Lanka”.

Qualche anno?

“Beh, in caso di sostanze chimiche dal potenziale non troppo impattante intervenire in modo solerte ed efficace può essere risolutivo, scongiurando danni all’ambiente oltre i cinque anni dal rilascio degli inquinanti. Con sostanze che definiamo ‘persistenti’, tra cui il mercurio, gli effetti possono durare per centinaia di danni, rivelandosi in maniera meno acuta ma, come anticipavo, più subdola, anche nell’intera catena trofica, uomo compreso”.


Quanto sono frequenti incidenti del genere?

“Molto più di quanto si possa pensare. Tutti noi ci ricordiamo di casi emblematici, come l’affondamento della petroliera Prestige con conseguenze drammatiche lungo la costa della Galizia (era il 2002, ndr) o lo sversamento di petrolio dalla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico (2010, ndr). Ma ci sono anche tanti micro-eventi, che passano pressoché inosservati al grande pubblico e di cui vi è traccia sul portale del Cedre (Centre de Documentation, de Recherche et d’Expérimentations). Si tratta di un numero sorprendente di incidenti in mare, ma – se proprio vogliamo leggerla in modo non del tutto negativo – è anche cambiata la sensibilità generale a questi episodi, che un tempo potevano anche passare inosservati, o quasi”.

Qual è il rischio maggiore, dopo l’incidente?

“In Paesi come l’Italia, la mobilitazione delle associazioni e degli organi di controllo garantirebbe un’attenzione a tutte le fasi post-incidente. Non voglio credere che quanto accaduto in Sri Lanka passi in secondo piano per la sua geolocalizzazione, e dunque tenere accesi i riflettori può aiutare. Quel che andrà ulteriormente evidenziato è che le vie del mare non sono, per antonomasia, la soluzione a tutto: rotte trafficate da mezzi non idonei espongono a rischi ancora maggiori”.