Inquinamento

L'ultimo danno della plastica: scalda la sabbia e le tartarughe muoiono

Uno studio sugli effetti a Henderson Island nel Pacifico e nelle Isole Cocos nell'Oceano Indiano rivela che i detriti plastici aumentano le temperature degli arenili di oltre 2,5°C, con effetti devastanti per gli animali che li frequentano e vi si riproducono
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Il paradiso di sabbia sta diventando un inferno di calore. Colpa di quei tanti, innumerevoli detriti plastici sparsi ovunque, nelle spiagge un tempo incontaminate di una delle isole più remote al mondo ora i sedimenti si surriscaldano tanto da mettere a rischio la riproduzione delle tartarughe. La storia dell'isola di Henderson è lo specchio dei tempi: è sperduta nel Pacifico, tra Fiji e Isola di Pasqua, lontana 5 mila chilometri dai primi centri abitati e dovrebbe essere un piccolo paradiso incontaminato: invece è la discarica del Pianeta. Lì, correnti e onde trascinano da anni migliaia di detriti di plastica, che sono diventati milioni e ricoprono ora quasi il 99% della superficie, con uccelli, paguri, tartarughe e le creature marine che muoiono in continuazione a causa dell'inquinamento e dell'impatto della crisi climatica. 


Da isola sperduta simbolo di purezza e scrigno di biodiversità -  iscritta nel 1988 nella lista del Patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco - adesso Henderson Island si ritrova ad essere soprattutto un atollo di plastica, ricoperto da tonnellate di rifiuti. Se però le condizioni di quest'isola sono note da tempo ai ricercatori che studiano gli effetti dell'inquinamento, meno noto è il fatto che i rifiuti plastici stanno contribuendo sia ad Henderson che in altre isole del mondo ad aumentare le temperature. I detriti, coprendoli, portano i sedimenti a riscaldarsi e le temperature sono salite persino di 2.5° gradi. Questo di conseguenza impatta su tutto l'ecosistema, registrando per esempio in animali come le tartarughe, già minacciate da reti e plastica in mare, fenomeni per cui nascono soprattutto esemplari femmine e senza un bilanciamento fra i sessi diminuisce così la riproduzione.


In una ricerca condotta da i ricercatori dell'Istituto di studi marini e antartici dell'Università della Tasmania e del Museo di storia naturale di Londra, gli esperti raccontano l'impatto dei detriti plastici sia nell'isola di Henderson che nelle isole Cocos (Keeling), isole con pochissimi abitanti al largo dell'Australia nell'Oceano Indiano. Seppur decisamente distanti, in entrambe le realtà i detriti di plastica stanno avendo impatti sempre più devastanti sulla natura. 

È come se in queste zone la plastica fungesse da isolante, contribuendo a riscaldare la sabbia sottostante:  misurando le fluttuazioni di temperature nei sedimenti di sei diversi siti delle spiagge, gli esperti hanno scoperto infatti che l'inquinamento da plastica era collegato a un aumento delle temperature massime giornaliere di 2,45°C e a un calo delle minime giornaliere di 1,5°C.

Nello studio pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, i ricercatori spiegano come in alcune località delle isole fossero presenti sino a tre chili di plastica per metro quadrato (e si parla perlopiù di zone disabitate), una quantità tale da contribuire fortemente a surriscaldare la sabbia sottostante e a far "morire" alcune zone dove vivono organismi vitali per gli ecosistemi.

Come spiega Jennifer Lavers dell'Università della Tasmania, autrice del paper, l'aumento delle temperature legato alla plastica potrebbe avere impatti devastanti sulla meiofauna, l'insieme di minuscoli organismi che vivono nei sedimenti e che sono cibo per uccelli e altre creature.
 


"Organismi fondamentali per la sabbia,  l'equivalente dei lombrichi per il suolo - sostiene Lavers - . Quando la plastica si accumula e si accumula, crea uno strato isolante e aumenta rapidamente la temperatura dei sedimenti fino a un punto in cui sono probabilmente inadatti per la vita della maggior parte degli animali e di questi piccoli organismi". In sostanza, la plastica contribuisce a creare "zone morte", dovute alle temperature estreme, in cui non solo sono a rischio organismi della meiofauna, ma anche uccelli, invertebrati vari e le tartarughe. Come già osservato in passato, temperature più calde portano infatti ad un aumento della prole femminile e meno maschi, mettendo a rischio future generazioni di tartarughe.

Secondo Lavers, modelli climatici e altri studi ci indicano che un aumento di oltre 2,8 gradi potrebbe arrivare a causare livelli di estinzione di alcune specie di quasi il 95%. A rischio sono tartarughe, granchi, ma anche minuscoli organismi e vegetali.

Per i ricercatori è dunque necessario un "urgente cambiamento significativo" nel modo in cui vengono gestiti i rifiuti di plastica. "Con la produzione globale di plastica che attualmente raddoppia quasi ogni decennio, e gran parte dei detriti di plastica che si accumulano nei nostri oceani,  alla fine questi rifiuti si faranno strada sulle spiagge di tutto il mondo" chiosa Lavers preoccupata.