Il reportage

Indonesia, lo slalom del grande inquinatore

Nel Paese al primo posto per l’esportazione di carbone dal 2023 non si potranno più avviare impianti inquinanti, ma ci vorranno generazioni perché la norma abbia effetto. Stop soltanto alle nuove centrali, mentre oltre cento già approvate si realizzeranno. E resta la scappatoia per continuare a deforestare

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BANGKOK – La decisione di non estrarre e produrre più carbone in futuro sul suolo dell’Indonesia è un evento a suo modo storico. A prenderla è stato infatti il Paese al primo posto per l’esportazione di uno dei combustibili a più alta emissione di CO2. Come tutti gli eventi che segnano simbolicamente il passaggio da un’era alla successiva, la data ultima per la costruzione degli impianti inquinanti fissata per il 2023 è solo la fine formale e simbolica dalla dipendenza dal combustibile a più alta emissione di CO2. Dovranno passare almeno due generazioni e forse più, prima che gli indonesiani e l’intero pianeta possano godere degli effetti di questa politica, che punta da ora in poi sullo sviluppo delle energie rinnovabili.

Il provvedimento restrittivo infatti riguarderà solo le nuove domande per installare centrali, non le oltre 100 già approvate o in fase di realizzazione, destinate a produrre più di 40mila MW di energia nei decenni a venire. Senza contare le vecchie miniere e centrali che attualmente soddisfano il 40 per cento della domanda di combustibile del grande arcipelago da 250 milioni di abitanti, il paese islamico più popoloso del mondo. Nemmeno queste smetteranno presto di servire il vasto mercato interno ed estero.

Una manifestazione contro la legge "Omnibus" 

Chi inquina non paga

Resta la nobiltà dell’intento del presidente indonesiano Joko Widodo che, nonostante il ritardo e i limiti dovuti all’effetto non immediato della riforma, pone formalmente fine con una legge alla politica di devastazione del territorio e dell’aria provocata dall’estrazione e utilizzo di questo combustibile altamente inquinante. C’è però subito una prima contraddizione nello stesso corpo delle recenti leggi chiamate “Omnibus” proposte dal suo gabinetto nel novembre scorso, con una serie di incentivi all'industria del carbone e concessioni a quella mineraria.

Secondo l'Indonesian Center for Environmental Law si esentano le società che creano centrali elettriche a carbone dal pagamento di royalties, mentre un'altra disposizione legislativa minaccia di abolire l'obbligo per tutte le regioni di “mantenere come area forestale almeno il 30% del proprio bacino idrografico e/o dell'area insulare”. Un chiaro segnale alle grandi compagnie del legno e dell’industria di farsi avanti per le relative concessioni in un sistema ancora altamente corrotto. I più ottimisti prevedono che le dissonanze saranno sanate lungo la strada ora intrapresa con la moratoria ai nuovi impianti di carbone, e forse domani con più rigidi vincoli anche allo sfruttamento degli alberi di questa Amazzonia dell’Asia.

Deforestazione a Sumatra 

I finanziamenti per la svolta green

Intanto è da una coincidenza di cronaca che si può intuire l’aspetto più profano della scelta del presidente di annunciare la fine dell’era del carbone. Proprio pochi giorni fa, come riferisce l’agenzia vietnamita VNA, il governo di Giakarta ha ricevuto la garanzia di prestiti e sovvenzioni per un totale di oltre 11,92 trilioni di rupie (836,7 milioni di dollari) attraverso l'Agenzia di gestione del fondo ambientale, destinati a finanziare diversi progetti sull'energia verde e l'ambiente. Una somma ragguardevole per avviare il processo di trasformazione messa insieme da World Bank, Green Climate Fund, REDD Norway, Forest Carbon Partnership Facility (FCPF), BioCarbon Fund e Ford Foundation.

Attualmente le cosiddette energie alternative o rinnovabili come solare, eolico e geotermico contribuiscono – stima del 2020 – per l'11,5% alla rete elettrica del Paese, una quota che nei progetti governativi dovrebbe salire al 23% entro il 2025, con 14.000 ulteriori MW prodotti e il sogno di arrivare a emissioni zero attorno alla metà del secolo. Ma per raggiungere certi risultati, secondo molti esperti tra i quali la responsabile energia di Greenpeace Tata Mustasya, “nello scenario migliore” andrebbe già impedito tout court il programma dei 117 nuovi impianti da 40mila MW, visto che ne occorrono “altri 27 mila solo per completarli, e il tutto alimentato a carbone”. Va da sé – sostiene Tata - che una volta funzionali queste centrali continueranno ad avere a lungo un ruolo decisivo in un'economia in continua espansione ben oltre la scadenza del 2023, “rendendo difficile l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C nel 2050”.

Solare ed eolico "poco affidabili"

I ricercatori attribuiscono all'esposizione nel lungo termine all'inquinamento atmosferico la stessa gravità della pandemia di Covid-19 in Indonesia, quarto Paese più grande del mondo con 1,7 milioni di casi, il dato più alto del Sud-est asiatico. Le stesse industrie minerarie – almeno a parole – si dicono consapevoli della posta in gioco e intendono attrezzarsi per eliminare o trasformare i propri vecchi impianti e produrre energia pulita. Ma occorrono enormi finanziamenti che – secondo gli esperti – non possono venire dalle sole compagnie private, nemmeno quelle che hanno già avviato programmi di riconversione.

Dai calcoli dell’Indonesian independent power producer association, servono 25 miliardi di dollari di investimenti all'anno per sviluppare le energie rinnovabili e modernizzare la rete elettrica. In ogni caso – ha detto a Mongabay il direttore Arthur Simatupang - energie come l'eolico e il solare non sono ancora abbastanza affidabili per produrre energia 24 ore su 24, un problema noto nel settore come intermittenza. Il carbone – dice – “è necessario come spina dorsale della rete. Se il sistema elettrico non è affidabile, i blackout continueranno a verificarsi spesso".

Il problema sono soprattutto i costi della tecnologia di accumulo delle batterie su larga scala, necessaria per rendere più affidabili impianti eolici e solari. Per questo secondo Simatupang bisogna escludere qualsiasi transizione rapida e complessiva dal carbone alle altre energie più pulite. In Indonesia, che ne è il più grande coltivatore, non è ancora chiaro nemmeno quanto continuerà a incidere l’olio di palma nella produzione della cosiddetta benzina verde, contestata da tempo per l’impatto delle massicce coltivazioni sui territori forestali.

Per ora l’inizio della transizione con la nuova legge sul carbone è il segnale che qualcosa si sta muovendo e che il vecchio motore della prima economia sudest asiatica sarà sostituito pezzo per pezzo nell’interesse di tutti. "Penso che stiamo andando comunque in quella direzione”, assicura il rappresentante dei produttori privati. “Come successo con le vecchie auto degli anni '80 che avevano motori inefficienti, saranno sostituite dalle nuove più eco-compatibili e potenti".