Osservatorio clima - Visto dall'estero
Una aluatta nera (Alouatta caraya) nello zoo di Los Angeles, 2016. Getty 

Animali in cattività, il costo morale degli zoo

Nati nell'800, i parchi zoologici hanno sempre cercato di darsi una base scientifica. Ma il piacere di osservare da vicino gli animali vale il prezzo della loro prigionia?

5 minuti di lettura

Dopo essere stati prigionieri della pandemia per più di un anno, ricominciamo a sperimentare le gioie di una semplice giornata fuori casa. Vale la pena chiedersi, dopo questo trauma collettivo, se il piacere di osservare da vicino animali selvatici valga il prezzo della loro prigionia. I predecessori degli zoo moderni, che aprivano al pubblico su basi scientifiche, presero forma nel XIX secolo. Zoo pubblici spuntarono in tutta Europa, spesso plasmati sullo zoo di Londra a Regent’s Park.

L’idea di “gita educativa” durò fino alla fine del secolo scorso, quando gli zoo cominciarono intenzionalmente a rivendersi come collaboratori attivi di programmi di conservazione. Secondo questa nuova versione, gli animali degli zoo servirebbero come popolazione di scorta per gli animali selvatici minacciati, o come “ambasciatori” della propria specie, per motivare e insegnare a prendersi cura della natura. Questo focus conservativo “deve essere una componente chiave” per le istituzioni che desiderano accedere al riconoscimento della Association of Zoos and Aquariums, l’organizzazione non profit che stabilisce standard e norme per le strutture degli Stati Uniti e di altri dodici Paesi.

Ma in che modo gli zoo contribuiscono alla conservazione degli animali selvatici?

Le strutture A.Z.A. spendono circa 231 milioni di dollari l’anno per progetti di conservazione. Per fare un confronto, nel 2018 hanno speso 4,9 miliardi per operazioni e costruzioni. Un dato più degli altri chiarisce le loro priorità: uno studio del 2018 sugli articoli scientifici prodotti tra il 1993 e il 2013 da membri dell’associazione ha mostrato che ogni anno appena il 7% tratta di “conservazione della biodiversità”. Gli zoo riconosciuti dall’A.Z.A. o dalla European Association of Zoos and Aquaria possiedono registri genealogici e pedigree genetici, e selezionano con cura gli accoppiamenti tra i loro animali come se dovessero liberarli da un momento all’altro – ma il giorno del rilascio sembra non arrivare mai.

Ci sono delle eccezioni. L’orice arabo, antilope nativa della penisola arabica, si è estinta in natura negli anni Settanta ed è stata reintrodotta con popolazioni provenienti da zoo. Il programma riproduttivo del condor della California, che ha salvato quasi certamente questa specie dall’estinzione, include tra i suoi partner attivi cinque zoo. Il furetto dai piedi neri e il lupo rosso (negli Stati Uniti) e la grande scimmia leonina (in Brasile), anch’essi a rischio, sono stati allevati in zoo per essere reintrodotti in natura. Una stima di venti esemplari è tutto ciò che resta dei lupi rossi selvatici.

Grande scimmia leonina, Leontopithecus rosalia (Antony Dikinson/Afp via Getty Images) 

L’A.Z.A. sostiene che i suoi membri seguono “oltre 50 programmi di reintroduzione di specie minacciate o a rischio secondo l’Endagered Species Act”. Eppure la gran parte degli animali negli zoo (800.000 appartenenti a 6000 specie solo negli zoo A.Z.A.) passeranno tutta la vita in cattività, per morire di vecchiaia dopo una vita in esposizione, o abbattuti in quanto “surplus”. L’uccisione degli animali “in più” non è menzionata dagli zoo, ma si pratica, soprattutto in Europa. Nel 2014, l’allora direttore dell’E.A.Z.A. stimò un totale annuo di 3000-5000 animali soppressi negli zoo europei. (L’abbattimento dei mammiferi negli zoo E.A.Z.A. “di solito non supera i 200 animali l’anno”, riporta l’organizzazione.)

Secondo Dan Ashe, ex direttore della U.S. Fish and Wildlife Service, imparare ad allevare gli animali contribuisce alla conservazione sul lungo periodo, anche se per ora gli animali rilasciati sono pochi. Potrebbe arrivare il giorno, dice, in cui dovremo allevare in cattività elefanti o tigri o orsi polari per salvarli dall’estinzione. “Non ci riusciremo senza personale in grado di prendersene cura, di accoppiarli con successo, di tenerli in ambienti adatti a soddisfare le loro esigenze sociali e psicologiche”. L’altro tipico argomento degli zoo è che educano il pubblico sul mondo animale e sviluppano nelle persone un’etica della conservazione: dopo aver visto uno splendido leopardo, il visitatore è più disposto a pagare per la sua conservazione o a votare per politiche che lo preservino in natura. Il desiderio di Ashe è che, osservando gli animali, i visitatori sperimentino un “senso di empatia per l’animale e per la sua popolazione selvatica”.

In uno studio del 2011, dei ricercatori hanno interrogato i visitatori degli zoo di Cleveland, del Bronx, di Prospect Park e di Central Park sul proprio livello di partecipazione ai problemi ambientali e su cosa pensavano degli animali. Chi riportava “un senso di connessione con gli animali dello zoo” era anche più interessato all’ambiente. D’altro canto, secondo i ricercatori, “non sono emerse differenze significative nelle risposte prima dell’ingresso e dopo l’uscita”. Insomma, la gente non va allo zoo per imparare qualcosa sulla crisi della biodiversità o su come può essere d’aiuto. Ci va per uscire di casa, per portare i figli a spasso all’aria aperta, per vedere animali insoliti. Ci va per le stesse ragioni che la spingevano allo zoo duecento anni fa: per passare il tempo.

Una tigre nel National Zoo di L'Avana, Cuba (foto Yamil Lage/Afp via Getty Images) 

In molti zoo moderni gli animali vivono in salute, accuditi, e molte specie sono probabilmente soddisfatte. I keeper non sono personaggi crudeli che si arricciano i baffi, ma persone cordiali, che tengono al proprio compito e vivono immerse nella cultura dello zoo, dove loro rappresentano i buoni. Molti animali però mostrano chiaramente di non amare la cattività. Nel confinamento sviluppano tic, cominciano a dondolarsi o a strapparsi i peli. Le tigri in cattività camminano avanti e indietro, e in uno studio del 2014 i ricercatori hanno scoperto che “il tempo speso a camminare da una specie in cattività può essere previsto sulla base delle distanze quotidiane coperte in natura dagli esemplari selvatici”. Sembra quasi che sentano l’impulso di sorvegliare il territorio, cacciare, muoversi, fare un certo numero di passi, come avessero Fitbit impiantato nel cervello.

 

I ricercatori hanno diviso in due categorie i comportamenti insoliti degli animali in cattività: “comportamenti impulsivi/compulsivi”, che comprendono coprofagia, rigurgito, morsi auto-inflitti, autolesionismo, aggressività esagerata e infanticidio, e “stereotipie”, cioè movimenti ripetuti all’infinito. Gli elefanti dondolano continuamente la testa. Gli scimpanzé si strappano i peli. Le giraffe muovono la lingua. Orsi e felini camminano. Alcuni studi hanno mostrato che fino all’80% dei carnivori, il 64% degli scimpanzé e l’85% degli elefanti negli zoo ha attuato comportamenti compulsivi o stereotipie.

Un orso polare in uno zoo cinese (STR/Afp via Getty Images) 

Molti zoo usano il Prozac o altre sostanze psicoattive su una parte almeno degli animali per fronteggiare gli effetti mentali della cattività. Lo zoo di Los Angeles ha usato il Celexa, un antidepressivo, per controllare l’aggressività in uno dei suoi scimpanzé. A Gus, un orso polare dello zoo di Central Park, è stato somministrato del Prozac per impedirgli di disegnare instancabilmente figure a otto nella sua piccola vasca. Lo zoo di Toledo ha dato l’aloperidolo, un antipsicotico, a zebre e gnu per tenerle tranquille, e del Prozac a un orango. A Johari, una femmina di gorilla che continuava a respingere il maschio con cui era stata collocata, è stato somministrato del Prozac fino a quando non ha lasciato avvicinare il maschio per la copula. Da un questionario del 2000 a zoo statunitensi e canadesi è emerso che quasi la metà degli intervistati somministrava Haldol, Valium o altri psicofarmaci ai loro gorilla. Qualche animale prova a scappare. Fear of the Animal Planet, il libro del 2010 di Jason Hribal, ripercorre decine di questi tentativi. Gli elefanti ricorrono più spesso, in parte perché sono così grandi che quando fuggono di solito la stampa se ne occupa.

Elefanti in uno zoo ungherese (Attila Kisbenedek/Afp via Getty Images) 

“Non vedo un problema nel tenere gli animali per esibirli” mi ha detto Ashe. “La gente dà per scontato che siccome un animale percorre grandi distanze in natura, lo farebbe anche se potesse scegliere”. A suo dire, se un animale ha tutto il necessario nelle vicinanze, un territorio più piccolo gli va altrettanto bene. Ed è vero che la dimensione dei territori di specie come il lupo dipende molto dalla densità delle risorse e degli altri conspecifici. Ma poi eccoli che dondolano, che fanno avanti e indietro. Gli ho ricordato che non possiamo chiedere agli animali se sono soddisfatti delle dimensioni dei loro spazi. “È vero. C’è sempre quella possibilità di scelta che con la cattività viene meno. È innegabile”. La sua giustificazione è filosofica: a ben vedere, mi dice, “conviviamo con i nostri stessi limiti”. E aggiunge: “Nella nostra vita e nelle nostre attività siamo tutti in qualche modo prigionieri di vincoli sociali, etici, religiosi e di altro tipo”.

 

E se gli zoo smettessero di allevare i loro animali, con l’eventuale eccezione delle specie a rischio per le quali esiste una possibilità concreta di rilascio in natura? E se donassero ai rifugi tutti gli animali che hanno bisogno di grandi spazi, libertà e socializzazione? Senza primati, elefanti, felini e altre specie grandi e intelligenti, gli zoo potrebbero offrire più spazio ad altre specie, focalizzandosi sul dar loro il massimo della felicità fino al momento della morte naturale. Col tempo, gli unici animali in mostra sarebbero antichi resti del vecchio serraglio, animali appartenenti a programmi di conservazione attivi, e magari qualche individuo recuperato. Questi zoo potrebbero perfino fondersi con i santuari, luoghi che accolgono gli animali selvatici incapaci di vivere in natura a seguito di infortuni o di una vita passata in cattività.

Un lupo grigio messicano nello zoo di Phoenix, in Arizona, Usa (Caitlin O'Hara/Getty Images) 

Anche i rifugi moderni consentono l’accesso ai visitatori, ma le loro strutture sono fatte in primis per gli animali, non per le persone. Questi rifugi-zoo potrebbero diventare luoghi in cui gli animali vivono – l’esibizione sarebbe accessoria. Una simile trasformazione libererebbe spazio. Cosa farsene allora, oltre ad allargare i recinti? Io sono un grande amante degli orti botanici, e il mio modesto suggerimento è che, man mano che gli animali in cattività si ritirano e muoiono senza essere sostituiti, queste istituzioni della biodiversità devolvano sempre più spazio al meraviglioso mondo delle piante. Ben curato, gestito e progettato come si deve, un bell’orto può diventare il ritrovo per una gratificante “uscita con gli amici o in famiglia”, un elemento di orgoglio civico e un’occasione educativa per quel 27% di visitatori che leggono i cartelli informativi.