Biodiversità

Riscaldamento globale e pesca intensiva: così scompaiono le foreste di kelp, polmone del pianeta

L’allarme dalle coste degli Usa: conseguenze disastrose sugli ecosistemi e sugli assorbimenti di CO2. Gli esperti corrono ai ripari: ridimensionando le popolazioni di ricci, nemici delle alghe, e ripopolando quelle di stelle marine. Ma il tempo stringe

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Sono tra i “polmoni” più efficaci dell’intero pianeta: assorbono anidride carbonica e composti azotati e catturando una quantità di carbonio sensibilmente maggiore rispetto alle foreste terrestri. In più ospitano una vastissima gamma di organismi, risultando fondamentali per la sopravvivenza di interi ecosistemi oceanici. Eppure le foreste di kelp stanno scomparendo, a ritmi allarmanti, costantemente minacciati dal riscaldamento delle acque e dalla pesca intensiva. “Un problema terribile”, denuncia al Washington Post Frank Hurd, biologo marino presso The Nature Conservancy (TNC), organizzazione non-profit per la conservazione con sede negli Stati Uniti.

E per invertire la rotta è spuntato un piano decisamente originale: controllare la popolazione dei ricci di mare, nemico giurato numero uno delle foreste di kelp. Così, The Nature Conservancy sta provando ad esaltare le qualità culinarie dei ricci, attirando la pesca commerciale e favorendo il ripopolamento dei loro predatori naturali, le stelle marine.

“Per ristabilire gli equilibri di un ecosistema bisogna intervenire contestualmente su più fattore”, conferma Hurd. E il problema ha contorni decisamente drammatici, del resto: al largo della California settentrionale, per esempio, le foreste di kelp si sono ridotte del 95% dal 2014 ad oggi, secondi i rilevamenti satellitari. Crolli simili sono stati registrati nel mare che bagna la Tasmania e il Cile. Su scala globale, il ridimensionamento è di un terzo negli ultimi anni, secondo quanto riporta la rivista “BioScience” dell0American Institute of Biological Sciences.


“Perdite catastrofiche e in larga parte ignorate”, denuncia Tom Dempsey, direttore del California Oceans Program di Nature Conservancy. Alle quali ha contribuito, lungo le coste della California, l’ondata di caldo registrata nel 2013, ribattezzata “blob”. La copertura media delle alghe, qui, è passata dai 2 milioni di metri quadri a 60 mila metri quadri, complice l’impatto di un virus marino particolarmente contagioso che ha quasi sterminato le stelle marine girasole (Pycnopodia helianthoides), principali predatori dei ricci.

Uno squilibrio importante, che ha portato a un’esplosione demografica incontrollata di questi ultimi, che si sono addirittura centuplicati. E vista l’inefficacia dei metodi tradizionali (e artigianali) per abbattere la diffusione del riccio viola (la distruzione con un martello da parte dei subacquei), The Nature Conservancy ha deciso di preferire strategie più evolute, esaltando per esempio il potenziale utilizzo del loro carbonato di calcio, potenzialmente utile come fertilizzante o nella cosmetica.
Quanto al ripopolamento delle stelle marine, vittime anch’esse del riscaldamento globale, è in laboratorio che si prova a far fronte al calo demografico. Accade per esempio nei Friday Harbor Laboratories, sull’isola di San Juan, nello stato di Washington, dove le stelle marine girasole vengono allevate in cattività, contribuendo a controbilanciare gli effetti del cambiamento climatico.

Non è stato semplice comprendere le condizioni ideali in cui farle crescere, scongiurando per esempio il cannibalismo, che aveva compromesso il primo, storico tentativo. “Ora però la strada sempre in discesa”, spiega a Green&Blu Jason Hodin, che si occupa - all’interno dei laboratori - del programma di allevamento delle stelle marine.

Per controbilanciare la pervasività dei ricci, tuttavia, occorrerebbero centinaia di migliaia di stelle marine lungo la sola costa della California. Servono, dunque, altre strade. Compresa la coltivazione delle kelp in fattorie sperimentali, come quella che The Nature Conservancy ha lanciato ad aprile con GreenWave, una non-profit nordamericana che si occupa di sviluppo di tecniche di agricoltura rigenerativa per l’acquacoltura. Trasferire le alghe nell’oceano, una volta pronte, potrebbe contribuire a ripristinare l’equilibrio degli ecosistemi. Ma servono fondi adeguati, particolare di non poco conto. E il tempo stringe, inesorabilmente, non soltanto nell’Oceano Pacifico.

“Anche in Mediterraneo stiamo assistendo a importanti regressioni, con locali estinzioni, di foreste marine. – annuisce Annalisa Falace, che insegna algologia Università di Trieste - Le cause sono i cambiamenti climatici, in particolare le ondate di calore che alternano i cicli biologici e riproduttivi di questi vegetali come abbiamo recentemente dimostrato, a cui si sommano altri impatti antropici come distruzione di substrati naturali e inquinamento".

"Purtroppo la situazione è molto grave lungo diverse coste italiane. – prosegue Falace - La conservazione da sola non è più sufficiente. Ecco perché siamo attivamente impegnati in attività di ‘restauro biologico’, coltivando queste alghe in speciali strutture e riportandole poi in mare. Ma trasformarci in ‘contadini del mare’ - chiosa - non è impresa priva di difficoltà: lavoriamo tutti i giorni per migliorare le tecniche di coltura, allo scopo esclusivo di ripristinare quanto distrutto dall’uomo”.

Nel mare di Ischia lavora, in questi giorni, Trevor Willis, dirigente di ricerca e coordinatore del Fano Marine Center della Stazione Zoologica Anton Dohrn: “Qui la minaccia principale alle praterie di Posidonia oceanica, un vero e proprio ‘polmone’ per i nostri, è rappresentata dall’ancoraggio delle barche. Per non perdere i nostri preziosi habitat marini dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica e tutelare le specie che aiutano a intrappolarla. Senza perdere ulteriore tempo”