L'intervista
Un pesce pagliaccio (Amphiprion ocellaris) in un anemone marino (Heteractis magnifica) colpito da sbiancamento nella Cenderawasih Bay, Papua occidentale, in Indonesia. Reinhard Dirscherl/ullstein bild via Getty Images 

"Addio coralli? Addio Nemo. E moltissimi altri pesci"

L'italiano Giovanni Strona, che ha condotto la ricerca: "Anche nelle circostanze meno difficili il quadro emerso è risultato preoccupante. I coralli sono un network che ha uno scambio continuo tra le sue parti: andrebbe protetto non un solo reef ma tutta la rete”

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Se le barriere coralline andranno perse, anche i pesci che vivono in quell'ambiente subiranno gravi danni. In particolare la loro biodiversità, ovvero la ricchezza delle specie, diminuirà di quasi il 50 per cento. Sono i risultati di uno studio dell'Università di Helsinki condotto da un ricercatore italiano, Giovanni Strona, docente di Scienza dei dati ecologici.

Un robusto studio che conferma dati empirici che già erano emersi, frutto di una mappatura di 119 generi di corallo e oltre 6 mila specie ittiche, estesa su tutto il Pianeta. Abbiamo già perso oltre la metà dei coralli negli ultimi trent'anni e le previsioni più fosche dicono che spariranno al 90 per cento entro il 2050. L'imbiancamento, il segnale di morte, accade quando il corallo perde il suo colore brillante e diventa bianco. Quando è in stato di stress infatti espelle le alghe zooxantelle che vivono in simbiosi con lui. Una delle cause principali è il riscaldamento delle acque dell'oceano, un fenomeno che è destinato a crescere se le misure di contenimento del rialzo delle temperature saranno troppo limitate.

“Abbiamo creato un modello statistico che ci ha permesso di analizzare le conseguenze su scala globale. Abbiamo immaginato lo scenario della perdita completa dei coralli. Forse è troppo estremo, ma purtroppo va preso in seria considerazione”, dice Giovanni Strona. 

Tre tipi di proiezioni diverse sono state calcolate in base alle emissioni, ovvero 10, 83 e 126 gigatonnellate di gas climalteranti, e alla variazione della temperatura dell'acqua, ovvero 0,91, 1,91 e 2,4 gradi.

“Per ogni mese dal 2020 al 2100 abbiamo valutato la temperatura mensile considerando in particolare dove si superano i 2 gradi rispetto ai mesi più caldi del periodo 2015-2020, in cui già c'è stato un riscaldamento. Anche nelle circostanze meno difficili il quadro emerso è risultato preoccupante. Ed è facile prevedere che gli eventi termici che ci aspettano aumenteranno la mortalità”.

I coralli sono invertebrati che secernono carbonato di calcio per creare un robusto scheletro che cresce e forma strutture tridimensionali.

“Sono in realtà organismi adattabili e a volte, anche se hanno subito un evento negativo, riescono a recuperare. Se lo stimolo dura poco e l'acqua raffredda, tornano come prima, se invece dura per mesi, si degradano”.

Una volta perse le zooxantelle, lo scheletro può diventare infatti preda di altre alghe che si insediano e rendono poi impossibile il recupero.

“Si creano eventi a cascata che vanno a peggiorare la situazione”.

Se i pesci non trovano più quello di cui hanno bisogno, non hanno scampo perché non è detto che trovino alternative. Migliaia di specie animali dipendono dai coralli, comprese le tartarughe di mare, i granchi, i gamberi, le meduse, le stelle marine e molti pesci. Mentre provvedono cibo per pochi, solo lo 0,1 per cento, tra cui i pesci farfalla, forniscono territori di accoppiamento, rifugi contro i predatori, tane.

'Forfora' di squalo

Sono frequentati anche dagli squali e un recente studio ha dimostrato che la raccolta delle scaglie della loro pelle che si accumula sui coralli, permette di tenere sotto controllo le popolazioni.

“Se il sistema non viene disturbato, diventa stabile, evolve una specializzazione, diventa molto biodiverso, ma è anche molto fragile. Non a caso l'impatto cambia a seconda delle regioni. Un centro di massima diversità marina è il triangolo del corallo che si trova nell'Oceano Pacifico tra Malesia, Indonesia e Filippine. Qui la distruzione supererà il 60 per cento. Nei Caraibi invece, che sono più poveri, si limiterà al 10 per cento”, spiega Strona.


Per cercare di mettere in salvo le barriere sono stati messi a punto dei progetti di restauro. Vengono impiantate delle colonie, esattamente come avviene quando si mettono in terra nuovi alberi. Selezionando specie più resistenti si potrebbe facilitare il recupero. A Dubai per esempio crescono specie che sopportano meglio il calore.

“Ma i coralli sono in realtà un network che ha uno scambio continuo tra le sue parti. Rilasciano infatti le uova nella corrente, che le porta a colonizzare lontano. Andrebbe dunque protetto non un solo reef ma tutta la rete”, conclude Strona.

Alle emissioni che riscaldano, si aggiunge anche l'acidificazione dell'acqua, che rende più difficile la costruzione dello scheletro. La causa è però sempre la stessa: la produzione di anidride carbonica. Risolvere il problema è semplice: basta fermarla.