Riciclo

La startup sarda che vuole portare i 'mattoni di latte' anche su Marte

Si chiama Milk Brick e produce calcestruzzo e mattoni dagli scarti della lavorazione dei prodotti caseari, senza consumare nemmeno una goccia d'acqua
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SASSARI. Una casa fatta di mattoni di latte, senza sprecare nemmeno una goccia d’acqua per realizzarla. Detto così, sembra un’immagine tratta da una favola per bambini, di quelle che si ascoltavano con le musicassette una ventina d’anni fa. Invece è l’idea di business di Milk Brick, tenace startup sarda che, con i suoi prodotti destinati all’edilizia, cerca di mettere in pratica i principi del risparmio idrico, dell’economia circolare e dell’abbattimento degli sprechi alimentari.

Partiamo da alcuni dati: ogni anno in Italia, in termini di scarto della produzione, vengono buttate oltre 30 milioni di tonnellate di latte, l’equivalente di 120 piscine olimpioniche. Altro dato: sempre in Italia, a causa soprattutto di una rete idrica ridotta a colabrodo, sprechiamo 104 mila litri di acqua al secondo per circa 9 miliardi di litri al giorno.

Milk Brick abbatte totalmente lo spreco dell’acqua nella realizzazione del prodotto edilizio sfruttando tutto quel latte di scarto che rimane inutilizzato da parte dell’industria casearia e la grande distribuzione organizzata, perché sovrabbondante o oramai inutilizzabile. Per farsi un’idea: nell’industria casearia solo il 12% del latte lavorato diventa formaggio, il restante 88% deve essere smaltito, rappresentando un costo. L’idea è semplice e geniale: attraverso un procedimento brevettato a livello nazionale e internazionale, il latte di scarto viene lavorato separando il contenuto di acqua dalla caseina. L’acqua estratta (presente in percentuale superiore all’80% nel latte) viene indirizzata all’industria edilizia e utilizzata nei processi di miscelazione dei compositi cementizi a sostituzione dell’acqua “pura”. La caseina estratta dal latte viene lavorata attraverso processi di estrusione e trasformata in biopolimero, cioè una bioplastica in granuli dalla quale si ottiene una fibra di latte traspirante e antibatterica utilizzata come additivo in diversi prodotti.

“Attraverso questi procedimenti”, spiega Giangavino Moresu, che si definisce “inventore industriale” ed è il fondatore di Milk Brick, “Realizziamo calcestruzzo a impatto idrico zero che può avere consistenza, design e funzionalità differenti a seconda delle necessità del cliente. È possibile sviluppare centinaia di prodotti, tra cui mattoni prefabbricati eco-bio con additivo in fibra di latte traspirante, antibatterico e isolanti termici”.

L’intuizione risale al 2011, ma la startup viene costituita e iscritta nel registro delle startup innovative solo nel 2017; oggi ha avviato una fase di raccolta di capitali funzionale all’industrializzazione dei primi prodotti. Milk Brick nel 2019 si è aggiudicata il premio speciale Italcementi Heidelberg Cement Group nella Finale di Roma del Premio Gaetano Marzotto propeduitico all’avvio di una collaborazione industriale con Italcementi e con il loro centro innovazione i-lab a Bergamo, che ha permesso di validare i primi prodotti in calcestruzzo a impatto idrico zero oggi pronti per essere commercializzati.

Milk Brick collabora anche Parmalat. “Riceviamo moltissime manifestazioni di interesse da parte di progettisti, costruttori, architetti e consumatori diretti.  Sono dei segnali incoraggianti. Il prezzo è in linea con quelli di mercato, ma le performance del nostro prodotto sono più alte rispetto a quelli realizzati con l’acqua pura. I prodotti verranno portati sul mercato attraverso una piattaforma e-commerce. Anche per questo sogniamo in grande: una parte delle nostre attività di ricerca e sviluppo si rivolgono alla cosiddetta Space Economy. Nuovi prodotti in calcestruzzo a impatto idrico zero per la costruzione di edifici su Marte”.