L'intervista

Lo dice il giurista: "L'ambiente è nella Costituzione sin dalla sua nascita"

Nel suo ultimo libro "Persona, ambiente, profitto: quale futuro?" l'ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick ritiene non opportuno cambiare la Carta: "Non è tempo di modifiche sugli alti principii, servono comportamenti concreti"
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"L'articolo 9 della Costituzione parla chiarissimo: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". Non c'è bisogno di aggiungere altro: paesaggio significa anche e soprattutto ambiente, cos'altro?" A tenere a battesimo la figura del "costituzionalista ambientale" non poteva essere altri che Giovanni Maria Flick, piemontese, classe 1940, uno dei più prestigiosi giuristi del Paese: già magistrato, docente universitario, quindi ministro della Giustizia nel primo governo Prodi, dopodiché giudice Costituzionale e infine presidente della Consulta, oggi avvocato. Il suo ennesimo "debutto" è in un libro, Persona, ambiente, profitto: quale futuro?, appena uscito per Baldini e Castoldi. "Per la verità - puntualizza il professore - già lo scorso anno, sempre a quattro mani con Maurizio Flick, figlio di un mio fratello e avvocato a sua volta, esperto in questioni ambientali, avevo scritto un altro saggio, Elogio della foresta, dedicato appunto alla valorizzazione del patrimonio arboreo e alla sua importanza. Del resto non ci sono più dubbi neanche nella dottrina giuridica che la foresta sia un bene comune".

Perché insiste sull'inopportunità di ritoccare l'articolo 9, estendendolo per esempio alla tutela delle biodiversità come vorrebbe un ddl costituzionale attualmente in discussione?

"Perché questa e altre specifiche previsioni sono già insite nell'articolo esistente, e perché meno si mette mano alla Costituzione e meglio è, salvo quando sia assolutamente indispensabile, come prova il pasticcio della maldestra riforma del federalismo, il famigerato titolo V, varata nel 2001 e lasciata assolutamente incompiuta con il risultato di aprire un guazzabuglio di problemi di attribuzione fra Stato e regioni di cui facciamo quotidianamente le spese, pensate solo a quanto è successo con la pandemia. Io dico semplicemente: la tutela costituzionale c'è, pensiamo a difenderlo concretamente, l'ambiente. Non c'è bisogno, non è questo il tempo, per modifiche sugli alti principi, e in nessun Paese occidentale la tutela paesistica è così "in alto" nella Costituzione, è piuttosto il tempo dei comportamenti concreti".

A partire appunto dai boschi?

"Beh, certo. È urgente trovare un equilibrio fra le legittime esigenze di valorizzazione economica della risorsa legno e la fondamentale necessità di preservare il patrimonio boschivo, fonte primaria di ossigeno e elemento insostituibile di stabilità idrogeologica come ci viene ripetuto ogni volta ogni volta che c'è una frana o una devastante inondazione. Teniamo presente che in Italia c'è un'importante industria dell'arredo, che si vede costretta a importare la materia prima da luoghi lontani come il Myanmar, e che potrebbe essere rifornita in modo più efficace e razionale, tenendo presente anche che esiste una disciplina europea molto rigorosa in materia".

Tutelare i boschi significa anche scoprire un nuovo equilibrio fra città e campagna?

"Certamente. Pensate per esempio ai borghi rurali antichi, autentici gioielli di storia, cultura e armonia tante volte abbandonati e dimenticati in nome di un'urbanizzazione selvaggia che non ha più ragione di esistere. La pandemia ci ha insegnato che con un'opportuna infrastrutturazione, a partire dalle telecomunicazioni veloci, a volte non è più strettamente indispensabile intasare i centri cittadini. E questa può diventare un'insperata risorsa per riscoprire e rivalorizzare le aree interne. Vede, le nostre città si stanno rivelando per alcuni delle grandi carceri, per altri un grande incubo".

I finanziamenti europei legati al NextGenEU potrebbero dare un contributo?

"Altroché, è un'occasione preziosissima. Quei borghi, fonte di una ricchezza culturale troppo a lungo sottovalutata, hanno bisogno di importanti investimenti di rivitalizzazione. Bisogna portare un po' di campagna in città e un po' di città in campagna, ovvero cercare di trovare un punto di equilibrio fra gli eccessi tecnologici delle aree urbane, dove si finisce col pensare solo al profitto, e i territori rurali presi a simbolo dell'ambiente ma perciò lasciati al loro destino. In fondo a questo si riferisce papa Francesco quando teme un nuovo diluvio universale, io direi una nuova torre di Babele".

Ancora a proposito di Europa, nel suo libro parla molto del mercato Ets, quello dei diritti a inquinare, che potrebbe rivestire un ruolo-chiave per la destinazione di parte dei proventi ai finanziamenti del Recovery Plan. Quali suggerimenti può dare?

"Il progetto è ben strutturato, e il mercato funziona a pieno ritmo, generando profitti per una serie di fondi europei a loro volta destinati al finanziamento di iniziative di conservazione ambientale. Ora una parte di questi proventi potrebbe entrare nel "pacchetto" delle garanzie per gli eurobond. Il pericolo però è che si vada sempre più verso una mera "finanziarizzazione" di questi titoli, perdendo di vista il motivo per cui sono nati, e cioè il limite all'inquinamento. Si rischia una ristrutturazione finanziaria anziché una transizione ambientale. E questo è imperdonabile: la finanza ha già invaso tanta parte delle nostre esistenze, non è possibile che si riduca anche un mercato come questo, senza una verifica puntuale dei contenuti dei titoli, a una mera piazza finanziaria".

Quali pericoli vede?

"Alcune disposizioni come l'ultima direttiva in materia con relativo regolamento entrato in vigore nel 2018, che prevede l'equiparazione fra quote di emissione e valori del mercato mobiliare quanto a manipolazioni, insider trading, aggiotaggio, possono paradossalmente indurre all'equivoco di considerare questo come un qualsiasi mercato. Serve invece una disciplina specifica che riporti tutto alla missione originaria: ridurre l'inquinamento da CO2 responsabile del climate change. Tutta l'Europa deve avere ben presente quest'obiettivo, sintetizzato qualche mese fa dal Tribunale federale tedesco, l'equivalente della nostra Corte Costituzionale, che ha riconosciuto esplicitamente il dovere dello Stato di guardare agli interessi delle future generazioni e con riferimento alle emissioni di CO2. La Corte ha imposto di rendere più rigide le restrizioni attuali, e lo Stato tedesco si è prontamente adeguato. Un altro passo importante".

 

Persona ambiente profitto. Quale futuro?
di Giovanni Maria Flick, Maurizio Flick
Baldini + Castoldi