Transizione ecologica
Una piattaforma di trivellazione al largo del Lido di Dante (Ravenna). Alberto Pizzoli/Afp via Getty Images 

Trivelle, riparte la battaglia. A settembre sfida in Adriatico

Preoccupa il giacimento di gas naturale 'Teodorico'. "Serve uno stop. C'è il rischio che il Piano per la Transizione ecologica conceda alle società estrattive di poter trivellare proprio mentre si fa sempre più urgente la decarbonizzazione” dice il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani

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Il conto alla rovescia per tornare a perforare i fondali dell’Adriatico alla ricerca di combustibili fossili è iniziato: il 30 settembre prossimo scadrà la moratoria sulle trivellazioni a mare e a terra in Italia. Lo stop era stato deciso nel 2019 perché gli ex ministri Patuanelli e Costa – rispettivamente dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente – non avevano presentato cosiddetto Pitesai, il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee. Un documento che, proprio in virtù di una legge voluta da quegli stessi ministri, avrebbe dovuto essere presentato entro il 13 febbraio 2021.

Di rinvio in rinvio, la fine della moratoria è slittata a fine settembre. Nel frattempo però il governo ha effettivamente presentato il Pitesai, il 15 luglio scorso: ora ci sono due mesi per la discussione pubblica che si chiuderà il 15 settembre.

“Per quella data presenteremo certamente le nostre osservazioni”, annuncia il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. “C’è il concreto rischio che il piano conceda alle società estrattive quello che hanno avuto finora, cioè di poter trivellare a caccia di petrolio e gas proprio mentre si fa sempre più urgente la decarbonizzazione dell’economia e l’addio ai combustibili fossili”.

In questo scenario si inserisce la polemica sul giacimento di gas naturale Teodorico, in Adriatico a poca distanza dalle coste venete e romagnole. La scorsa primavera il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani aveva dato l’ok ed era stato sommerso dalle critiche.

"C'erano valutazioni di impatto ambientale per riprendere le operazioni", aveva spiega il ministro. "Erano state completate da tempo e io le ho trovate. Non posso fare operazioni non corrette: se un atto è pronto devo andare avanti o commetto omissione di atti d’ufficio".

“Dal suo punto di vista, Cingolani dice una cosa corretta”, ammette Ciafani. “Perché la legge attuale impone un certo iter e lui l’ha semplicemente applicata. È per questo che noi chiediamo di cambiare la legge”. In estrema sintesi, Legambiente propone di non concedere nuove autorizzazioni all’estrazione di combustibili fossili e di lasciare operative fino al 2030 quelle concesse in passato. “In tal modo”, spiega Ciafani, ci sarebbero più di otto anni di tempo per riconvertire imprese e lavoratori del comparto estrattivo, per esempio nel settore dell’eolico e del fotovoltaico off shore. Se non diamo una data oltre la quale non si potrà più estrarre le compagnie non si attrezzeranno per il cambiamento”.

Anche perché le riserve italiane di idrocarburi sono davvero poca cosa: è stato calcolato che tutto il petrolio, una volta estratto, basterebbe a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale di due mesi mentre il gas sarebbe sufficiente sì e non per un anno.

“I distretti produttivi legati ai combustibili fossili moriranno comunque, per questo vanno aiutati a riconvertirsi il prima possibile”, conclude Ciafani che con Goletta Verde il 7 e l’8 agosto sarà nel porto di Ravenna proprio per affrontare con imprese e lavoratori questi temi.

E comunque Legambiente, ClientEarth, Lipu-BirdLife Italia, Wwf Italia e Greenpeace Italia, pochi giorni fa hanno depositato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero della Transizione Ecologica – emanato lo scorso marzo in accordo con il Ministero della Cultura – che dà parere positivo alla compatibilità ambientale del progetto Teodorico. Annunciano battaglia anche i sindaci dei comuni che si affacciano sul Delta del Po, area protetta e dagli equilibri delicatissimi. Un territorio, quello della costa nord dell’Adriatico, soggetto alla cosiddetta subsidenza, cioè lo scivolamento verso il basso delle terre emerse, con conseguente innalzamento del livello del mare. Un fenomeno che può solo peggiorare se dal sottosuolo di estraggono grandi quantità di gas o petrolio.

Un po’ più a sud, davanti alle coste abruzzesi, si sta concretizzando un’altra grana per il governo italiano, anche questa legata alle trivelle: la compagnia britannica Rockhopper intende chiedere a Roma un risarcimento di 275 milioni di dollari per mancati guadagni. La vicenda risale al 2014 quando la società di Salisbury avrebbe dovuto realizzare una piattaforma collocata al largo di Chieti, un progetto denominato “Ombrina mare”. Anche per le vigorose proteste di associazioni e cittadini comuni non se ne è fatto nulla e dal 2017 la Rockhopper ha avviato un arbitrato internazionale. Ora ha fatto ricorso a uno strumento giuridico particolare: l’Energy Charter Treaty (Ect). Il trattato, è entrato in vigore nel 1998 e prevede la protezione di “investimenti stranieri” in campo energetico, e la risoluzione di conflitti fra investitori e Paesi ospitanti. Era nato per tutelare le grandi compagnie occidentali dagli effetti delle instabilità politiche di Paesi in via di sviluppo ricchi di materie prime. E proprio per questo era stati criticato da molte organizzazioni non governative. Ora si ritorce contro l’Italia.