Biodiversità

Una nuova mappa globale per individuare dove intervenire per la conservazione

Lo studio, al quale hanno partecipato i ricercatori italiani Piero Visconti e Moreno di Marco, sarà uno strumento fondamentale per la Cop26, dove si discuterà come salvaguardare almeno il 30% di aree terrestri e marine. Per la prima volta un approccio che tiene conto di stoccaggio della CO2 e risorse idriche
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Per avere risultati duraturi e significativi nella conservazione della biodiversità basterebbe una gestione integrata del 30% di territori strategici. Azioni coordinate in questi hotspot potrebbero salvaguardare con successo il 70% di tutte le specie animali terrestri e vegetali considerate, aiutando anche a immagazzinare CO2 e preservare il 68% di tutta l'acqua pulita. A fare queste stime è un nuovo studio condotto dal progetto "Nature Map", appena pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution, al quale hanno preso parte anche due scienziati italiani, Piero Visconti, che guida a Vienna il gruppo di ricerca sulla biodiversità, l'ecologia e la conservazione presso IIASA (International Institute for Applied Systems Analysis) e Moreno Di Marco, ricercatore del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell'Università La Sapienza di Roma.

Il prossimo novembre, i governi si riuniranno a Glasgow nell'ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Le soluzioni per la mitigazione e l'adattamento al cambio climatico saranno tra i punti principali in discussione. Inoltre, nel 2022, la Cina ospiterà la Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità, per concordare un nuovo quadro globale sulla biodiversità, compresi gli obiettivi proposti per conservare almeno il 30% della terra e degli oceani entro il 2030 e per affrontare il cambiamento nell'uso del suolo e del mare.

Per fermare il declino della natura e raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, è il punto di partenza dei ricercatori di questo studio, è necessario progettare e attuare strategie per una migliore gestione dell'uso del suolo per l'agricoltura, le infrastrutture, la conservazione della biodiversità, la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici, la fornitura di acqua e altre esigenze. Poiché, come sottolineato dalla bozza del Global Biodiversity Framework e dagli attuali sforzi in Costa Rica, Cina e altri paesi, ciò richiede una pianificazione territoriale per valutare dove la conservazione della biodiversità porterebbe i maggiori benefici ad altri obiettivi politici, questo studio si propone di fornire strumenti innovativi per meglio individuare le aree d'azione.

"La domanda alla base del nostro lavoro, che è andato avanti per tre anni - spiega Pietro Visconti - è dove bisogna intervenire a livello globale per massimizzare le sinergie, come, insomma, lavorare insieme in aree comuni per ottimizzare risorse anche economiche. Il rischio implicito nell'obiettivo della conservazione di almeno il 30% è che si scelga di concentrarsi su zone che non sono quelle più importanti, ma quelle opportunisticamente migliori. Il nostro lavoro ha cambiato approccio per l'identificazione delle aree da proteggere prendendo in considerazione non soltanto alcuni vertebrati, ma individuando un areale geografico anche per il 41% di tutte le piante note alla scienza. Abbiamo inoltre cercato di correggere alcuni problemi legati al fatto che maggiori risorse economiche e intellettuali portano a concentrare l'attenzione della conservazione nei Paesi in cui si può studiare di più, come il Nord America o l'Europa. Cambiando l'algoritmo siamo così riusciti a ottenere la stessa rappresentatività in tutte le regioni e abbiamo ottenuto un campione rappresentativo del 10% di tutto il mondo".

“Le nuove mappe delle priorità globali sviluppate nell'ambito dello studio mostrano che quando si tratta di identificare nuove aree da gestire per la conservazione, come aree protette o foreste gestite dalla comunità, la qualità (ubicazione ed efficacia gestionale) è più importante della quantità (globale estensione). Per puntare alla qualità della conservazione e raggiungere l'obiettivo della salvaguardia della biodiversità, le agenzie governative e non governative dovrebbero stabilire obiettivi e indicatori per ciò che vogliono: conservare le specie, ecosistemi sani e i loro servizi alle persone e identificare le aree da conservare di conseguenza. Il nostro studio fornisce insomma indicazioni su come farlo".

Tra le aree identificate, Visconti cita alcune parti dell'Australia occidentale, dove fino ad oggi non si era concentrata l'attenzione, oppure aree semi desertiche nel Sud Est degli Stati Uniti, oppure ancora i Balcani, tutte zone sulle quali incombe il pericolo della distruzione degli habitat e le conseguenze del cambio climatico. Le analisi del team confermano anche quantitativamente molte aree precedentemente descritte come hotspot di biodiversità, aree che in precedenza erano state individuate solo in base al parere di esperti. Lo studio, poi, lega indissolubilmente la conservazione alla necessità di stoccare anidride carbonica, preservando dunque are dove questo è possibile, e individuare bacini idrogeologici che servano da serbatoi per il maggior numero di persone possibile. Osserva ancora Visconti: "In passato le aree da proteggere erano identificate sovrapponendo mappe spaziali, noi abiamo usato sistemi di ottimizzazione mutuati da matematica e fisica che sono replicabili, possono quindi servire per acquisire sempre nuovi dati".

Moreno Di Marco, coautore dello studio, sottolinea:  "Oggi è sempre più chiaro che la conservazione della biodiversità non possa più agire in isolamento, ma debba confrontarsi con il il raggiungimento di obiettivi di sviluppo socio-economico. Troppo spesso in passato le azioni di conservazione della biodiversità sono state viste come secondarie, se non addirittura alternative, rispetto ad azioni volte al raggiungimento di obiettivi produttivi. Lavori come questo - che nascono dalla collaborazione internazionale tra biologi della conservazione, scienziati sociali, ed economisti - ci dimostrano che la conservazione della biodiversità non è in competizione con gli obiettivi socio-economici, ma anzi è la base imprescindibile per il loro raggiungimento. Questo lavoro dimostra che abbiamo gli strumenti scientifici per proporre modelli di sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, ed importante che le strategie di gestione ne tengano conto."