Clima

I costi economici dei 'punti di non ritorno', a partire dagli idrati di metano

La combustione di idrati di metano. Usgs 
Uno studio di 4 prestigiosi economisti ambientali le conseguenze economiche dei fenomeni alla base del cambiamento climatico, già peggiorate del 25% per la nostra incapacità di intervenire. Ecco la gerarchia dei 'tipping point' più urgenti
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Cosa sono gli “idrati di metano”? Sono piccolissime particelle simili a chicchi di grandine che giacciono nelle acque più fredde, tipicamente in fondo agli oceani, e contengono molecole di metano ricoperte da un involucro d’acqua. Derivano da antichi microscopici nuclei di plancton che si sono sedimentati sul fondo. Nessuno ne aveva mai sentito parlare fino a pochissimi anni fa quando si pensò di sviluppare una tecnologia per sfruttarle come fonti di energia. Ma non si è fatto in tempo ad arrivare a questa tecnologia quando è scoppiata un’altra emergenza: il pericolo che il rialzo delle temperature negli oceani le faccia “scoppiare”, o meglio “dissociare”, liberando metano, un tipico gas serra, nell’atmosfera, con ulteriori conseguenze disastrose sul riscaldamento globale.

Tutto questo ce lo spiega uno studio intitolato “Economic impact of tipping points in the climate system”. E la “dissociazione” degli idrati di metano è uno di questi “punti di non ritorno” (tipping points), a fianco di altri più conosciuti: lo “spegnimento” della corrente del Golfo, lo scioglimento dei ghiacci dell’Artide, della Groenlandia e dell’Antartide, la devastazione delle foreste amazzoniche, lo sconvolgimento del ciclo dei monsoni in India. Molti di questi sono già avviati, altri come la dissociazione degli idrati di metano sono a fortissimo rischio di accadere presto, ma se non si farà nulla per fermarli tutti – avverte lo studio – i costi economici del climate change raddoppieranno entro pochi anni: il report indica anche che allo stato attuale c’è già il 10% di probabilità che questo raddoppio avvenga, e il 5% che i costi anziché raddoppiare triplicheranno. Una situazione evidentemente da correggere subito.

Lo studio è stato pubblicato il 16 agosto a Londra dal Proceedings of the National Academy of Sciences ed è stato realizzato da quattro dei più prestigiosi economisti globali specializzati in tematiche ambientali: Simon Dietz e Thomas Stoerk della London School of Economics, James Rising dell’University of Delaware e Gernot Wagner della New York University.

Gli autori tengono a precisare che rispetto a precedenti analisi degli stessi problemi (mai comunque erano state esaminate a fondo le interazioni fra uno e l’altro), le conseguenze economiche dei fenomeni alla base del cambiamento climatico sono peggiorate del 25%, e questo per l’incapacità di intervenire praticamente praticamente su alcuno dei problemi indicati. La corrente del Golfo, per esempio (Atlantic meridional overturning circulation), scrive il report, ha già cominciato vistosamente a rallentare provocando l’acidificazione dell’oceano e una diminuzione della produttività nel pescato così come cambiamenti nei venti e nelle precipitazioni. Altrettanto, lo scioglimento del permafrost nelle regioni polari e sub-polari, che tra l’altro causa ulteriori emissioni di CO2 e metano, è già ampiamente una realtà. In pericolosa accelerazione è poi la disintegrazione degli strati superficiali della Groenlandia, che minaccia di alzare il livello dei mari. Ancora altri problemi vengono indicati nel rapporto come già attuali: la distruzione delle foreste nell’emisfero nord, le variazioni dei monsoni dell’Africa Occidentale, le irregolarità di “El Nino”.

C’è anche nello studio una “gerarchia” dei pericoli, nonché l’avvertenza che qualsiasi di questi “tipping point” ha conseguenze dirette sull’intero pianeta. Gli autori hanno anche elaborato dei modelli matematici per calcolare le ricadute sulle varie aree mondiali (comprendendo nell’analisi 180 Paesi su 197 membri dell’Onu) di ogni singola fattispecie. I fenomeni più pericolosi in prospettiva (vicina) sono proprio la dissociazione delle particelle di idrato di metano e l’assottigliamento del permafrost. Ma in molti Paesi già si scontano duramente le conseguenze dei cambiamenti in termini di danni economici diretti alle infrastrutture e alle forniture di servizi essenziali, nonché implicazioni perfino sui mercati finanziari sempre sensibili agli incrementi dei rischi in questo o quel settore.