Transizione ecologica
Getty Images 

Energia green: pannelli e pale 'consumano' tanto spazio. Ma manca una mappa su dove metterli

Per ottenere i 70 GW richiesti entro il 2030 dal Pnrr servono fino a 175mila ettari, quanto mezza Val d'Aosta. Quali aree usare? Le proposte in campo, in mancanza di un elenco ufficiale di siti candidati a ospitare parchi fotovoltaici ed eolici

4 minuti di lettura

La transizione energetica prossima ventura ha bisogno di suolo, più o meno quanto una provincia di medie dimensioni. Perché per spegnere le centrali alimentate da combustibili fossili e produrre elettricità con il Sole e il vento si dovranno costruire grandi impianti fotovoltaici ed eolici. E occorre che una parte del territorio italiano venga dedicata a questo scopo.

Il punto di partenza è il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che nel suo capitolo dedicato alla Rivoluzione verde fissa in 70 gigawatt (GW) la potenza di energia elettrica da rinnovabili da installare entro il 2030. Più del doppio delle centrali “verdi” operative oggi: 21 GW installati di fotovoltaico e 11 GW di eolico.

Per afferrare almeno l’ordine di grandezza del reale ingombro dei pannelli e delle pale che spunteranno come funghi nella nostra Penisola in questo decennio, si possono fare alcuni semplici calcoli. A cominciare dal fotovoltaico: i tecnici spiegano che, con le tecnologie attuali, per ogni megawatt di potenza installata occorrono da 1 a 2,5 ettari di suolo (se si tiene conto anche delle strade e delle infrastrutture necessarie alla gestione dei pannelli). Quindi per un GW (mille MW) da 1.000 a 2.500 ettari.

Per le centrali eoliche serve molto meno spazio: su quattro ettari, per esempio di possono installare 10 grandi pale per un potenza complessiva di 40 MW (10 MW per ettaro). Un GW di eolico occupa dunque 100 ettari.

E veniamo allora ai 70 GW necessari alla decarbonizzazione dell’Italia, così come si legge nel Pnrr e come spesso ripete il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani. In linea del tutto teorica, se si puntasse sul 50% di solare e altrettanto eolico servirebbero dai 35mila agli 87mila ettari per nuovi pannelli fotovoltaici e 3.500 ettari per nuove pale.

Tuttavia l’Italia è un paese ricco di Sole e povero di venti forti e costanti: al netto degli impianti eolici off shore, da realizzare al largo delle nostre coste e che comunque non potranno mai avere la produttività energetica di quelli del Mare del Nord, dovremo puntare soprattutto sul fotovoltaico.

“Nella transizione energetica italiana ci sarà molto solare e poco eolico”, conferma Pippo Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. “E anche i pannelli andranno collocati in aree strategiche, visto che a parità di tecnologie saranno più efficienti al Sud che al Nord”.

Secondo alcune stime la ripartizione dei 70 GW potrebbe quindi attestarsi a 20 GW di eolico e 50-60 GW di solare. Anche se c’è chi ritiene che il contributo del vento alla produzione energetica nazionale sarà minimo e alla fine si renderanno necessari quasi 70 GW di solo fotovoltaico. Con un conseguente raddoppio del suolo necessario alla installazione delle centrali: dai 70mila ai 175mila ettari, più della metà della Valle d’Aosta.

E qui nasce appunto la domanda: dove recuperare tutta questa terra in un Paese come l’Italia ad alta densità abitativa e privo di grandi pianure e deserti? In un incontro pubblico organizzato da Repubblica a Bologna lo scorso luglio Cingolani rispose che le soluzioni sono allo studio e che si vuole puntare su aree contaminate o zone industriali dismesse. Esiste dunque una mappa dei siti candidati a ospitare il fotovoltaico previsto dal Pnrr? No, dal ministero della Transizione ecologica e dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) fanno sapere che non c’è alcun censimento del genere, “anche perché una mappa di questo tipo non si può fare senza il contributo delle Regioni”.

“Tuttavia le aziende specializzate nella costruzione di impianti fotovoltaici devono aver già individuato i terreni adatti”, riflette Onufrio. “A noi risulta infatti che Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, abbia ricevuto domande per l’installazione di pannelli per oltre 100 GW: significa che chi ha presentato le richieste sa anche su quali siti metterli”.

D’altra parte se le decine di migliaia di ettari necessarie possono sembrare tante e indurre una giusta preoccupazione per l’ulteriore consumo di suolo in una nazione già abbondantemente cementificata, c’è chi fa notare che 70mila ettari rappresentano appena lo 0,7% dei terreni agricoli. E che in Italia ci sono più di 5 milioni di ettari di terreni abbandonati o inutilizzati. Il problema però è che non basta che un terreno sia soleggiato per potersi candidare a ospitare una centrale solare.

“Siamo un Paese stretto e lungo, dove anche il trasporto dell’elettricità può essere un problema, soprattutto se conviene generarla al Sud (più soleggiato) ma se ne consuma di più al Nord, dove è concentrato il Pil nazionale”, continua Onufrio. “Uno studio recente commissionato di recente da Greenpeace ha cercato di restringere il campo a quei siti con le condizioni ideali per la produzione fotovoltaica: dovevano essere entro 10 chilometri dalla rete elettrica, non avere vincoli paesaggistici o di altro tipo, non avere pendenze superiori al 30% per ottimizzare la captazione dell’energia solare. Ebbene alla fine risulta che installando pannelli fotovoltaci su tutti i terreni con queste caratteristiche si raggiungerebbe comunque una potenza di 950 GW, molti di più dei 70 individuati dal Pnrr”.

“Nell’ambiente accademico il dibattito sul dove collocare il fotovoltaico è apertissimo”, dice Franco Miglietta, ricercatore dell’Istituto di Bioeconomia del Cnr ed esperto delle interazioni tra agricoltura e clima. “Da una parte c’è chi ritiene che di fronte all’emergenza del riscaldamento globale l’installazione di pannelli sia una priorità per tagliare le emissioni di CO2. Dall’altra chi pensa che sottrarre 70-100mila ettari all’agricoltura o comunque alla natura sia un problema. La via di mezzo potrebbe essere lo sfruttamento di tutte le aree già compromesse: cave, terreni contaminati, capannoni industriali abbandonati”.

Ci sono poi i tetti delle case, soluzione caldeggiata da molte associazioni ecologiste, a cominciare da Legambiente. In tal caso per produrre 70 GW di fotovoltaico in Italia andrebbe rivestito di pannelli tra il 2 e il 2,5% della “superficie artificiale” italiana, edificata e non (19.809 chilometri quadrati in tutto).

“Naturalmente i centri storici andranno salvaguardati, ma anche così si dovrà fare i conti con le proteste per l’impatto estetico”, avverte Miglietta. “E un problema analogo ci sarà per le campagne italiane. A fronte di tutte queste preoccupazioni, si parla però pochissimo di biodiversità, che pure è un capitolo importante del Pnrr. Questa dovrebbe essere l’occasione, oltre che per produrre energia pulita, per rinaturalizzare una parte del Paese, attuando quella che gli anglosassoni definiscono precision conservation: un approccio integrato che renda compatibili le attività produttive e la protezione della biodiversità”.

In tal senso molte speranze sono riposte nell’agrivoltaico, a cui stanno dedicando risorse i nostri vicini francesi e tedeschi.

“Con Wwf e Legambiente abbiamo firmato un documento per sollecitare il governo italiano a battere questa strada: si produrrebbe energia, ridurrebbe la perdita di umidità del suolo, e tutto ciò sarebbe compatibile con molte produzioni agricole di qualità, che non hanno bisogno di essere in pieno sole”, racconta Onufrio. “In Germania il Fraunhofer Institute ha appena pubblicato delle linee guida per conciliare pannelli fotovoltaici di nuova concezione, a due metri dal suolo per esempio, con le diverse colture compatibili. Forse le nostre istituzioni e le nostre aziende dovrebbero prendere esempio e collaborare con le controparti tedesche.