L'intervista

"Il digitale riparte dalla decarbonizzazione, ecco come"

Dalla flotta di auto elettriche fino all'idrogeno per alimentare i data center. La tecnologia deve e può fare il salto perché la transizione ecologica divento un investimento per tutte le aziende. Lo spiega Giuseppe Di Franco, responsabile di Resources & Services di Atos
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“La sostenibilità ambientale delle aziende deve essere un elemento incorporato nelle strategie societarie volte alla transizione digitale”. A parlare è Giuseppe Di Franco, responsabile di Resources & Services di Atos, multinazionale leader nei servizi di information tecnology e trasformazione digitale. Il dirigente, in questa intervista in esclusiva a Green&Blue, spiega che il Recovery Plan è un’occasione unica per accelerare i processi di decarbonizzazione e rilanciare l’economia italiana, ma è necessario che la sua attuazione sia gestita da figure in grado di garantirne la continuità”.

 

Ci spiega cosa significa per un’azienda decarbonizzare?

“La decarbonizzazione è l’insieme di politiche volte alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica o alla conversione di attività che producono CO2 in attività che non ne producono o ne producono meno”.

 

Come affrontate questo tema?

“Il punto fondamentale per Atos è inquadrare la decarbonizzazione come un tema portante dell’evoluzione digitale del business”.

 

Si spieghi… 

“Occorre cambiare l’approccio, il paradigma non è più faccio business e poi decarbonizzo, ma inserisco la decarbonizzazione come asse portante dell’evoluzione del business. Nella fattispecie la decarbonizzazione viene inserita nei processi di digitalizzazione. La trasformazione verso il digitale incorpora già in sé un elemento di decarbonizzazione più o meno ampia a seconda dei processi in cui va operare”.

 

Da parte vostra come avviene ciò? 

“Decarbonizzare è un elemento portante della nostra strategia applichiamo a tre livelli. Il primo è interno, quindi con l’attuazione di una serie di politiche comportamentali, di selezione dei fornitori e dei partner che seguono logiche che vanno verso il concetto di decarbonizzazione. Siamo l’unico attore mondiale che ha deciso di avere la propria flotta auto completamente elettrica. Tutti i contratti di fornitura elettrica sono siglati con produttori che utilizzano fonti rinnovabili, abbiamo una politica di no traffic all’interno dei nostri edifici. Questo è l’aspetto più semplice perché in ogni declinazione è riconducibile al nostro diretto controllo”.

 

Passiamo a quelli più impegnativi?

“Il secondo livello è la decarbonizzazione di tutto l’apparato di Information Technology e questo è un po’ più complesso perché richiede investimenti in tecnologia. Siamo impegnati a individuare soluzioni tecnologiche, sia che si parli di server sia di supercomputer, che siano in assoluto leader mondiali in termini di minimizzazione del consumo energetico. Quindi stiamo lavorando su ricerca e tecnologia per la decarbonizzaizone dell’IT ma anche di rielaborazione dell’informazone sul campo, sul rafforzamento dell’High performance computing (Hpc), ovvero calcolo ad elevate prestazioni. Abbiamo vinto a Bologna una gara di Hpc proponendo una soluzione che è la seconda più veloce al mondo dopo una in Giappone. Questo ha comportato un investimento di 250 milioni di euro quindi tecnologia front end che supporta la decarbonizzaizone dell’IT. Un altro aspetto è la ricerca sulle modalità di alimentazione a idrogeno dei data center”.

 

L’ultimo livello?

Il terzo e ultimo è la decarbonizzazione dei processi dei nostri clienti e questo è quello che a livello sociale fa la differenza. Se parliamo di fonti rinnovabili, qual è la più importante barriera oggi nell’attuazione delle fonti rinnovabili. Non è la tecnologia delle fonti stesse ma nel dare stabilità alla rete, perché un elemento fondamentale delle fonti rinnovabili è che non sono stabili nel tempo. Bisogna avere un bilanciamento tra energia che immetto nella rete e quella che assorbo, questo comporta una complessità che richiede soluzioni digitali. Ed è quello di cui ci stiamo occupando attualmente col Gruppo Dolomiti Energia e in Danimarca col porto di Esbjerg per realizzare un Porto Carbon Free. La soluzione è nell’intelligenza artificiale su ci stiamo concentrando molto in ricerca e sviluppo.

 

In questa fase post pandemica, quali solo le sfide, i punti di forzi e i fattori di rischio?

 

“Per le imprese che operano nel nostro settore occorre riuscire a coniugare elementi di trasformazione digitale e sostenibilità, questo è il fattore chiave. Non esiste un cliente che non abbia capito il valore di questa strategia. Quello che abbiamo imparato dal fenomeno pandemico è che bisogna anche tenere in considerazione le strategie che vengono messe a punto nel mondo che ci circonda. Avvicinarci di più alla realtà. Il secondo elemento è il contributo che un’azienda come Atos può dare alla ricostruzione del business nel settore pubblico, con piani di rilancio e resilienza delle organizzazioni dell’amministrazione ad esempio”.

 

Cosa pensa del Recovery Plan?
 

“Penso che sia un’occasione per investire non su business decotti ma dove il mercato sta andando, ed in particolare laddove stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione digitale. Io ritengo che sia un’occasione unica e difficilmente ripetibile da avere, abbiamo a disposizione soldi e mezzi per dare impulso al business italiano. È chiaro che oggi siamo un po’ combattuti tra misure emergenziali funzionali alla tenuta sociale e misure più strategiche che consentano l’evoluzione dei sistemi produttivo. Da quello che vedo però la transizione digitale come sta per essere impostata prevede progetti interessanti. È vero che vanno saputi gestire da parte della Pubblica Amministrazione, deve essere in grado di dare continuità a questi elementi di innovazione ed è pertanto fondamentale che vengano scelte professionalità in grado di garantire questa continuità".

 

Abbiamo imparato che la transizione tecnologica ha un costo, come si fa ad evitare che non sia a carico sull’utente finale?
 

“Il costo della sostenibilità ricade solo sull’utente finale se noi vediamo la decarbonizzazione come un accessorio da introdurre mantenendo tutti i processi invariati. Bisogna ripensare i processi alla base, come con l’auto elettrica, è chiaro che se cambio solo il motore e lo trasformo in elettrico genero solo dei costi in più, ma se aggiungo delle logiche diverse di utilizzo delle vetture, come il car sharing o le colonnine di rifornimento, ovvero creo un ecosistema che cambia col cambiare delle auto, allora al consumatore cambia il modo in cui penso e utilizzo il bene. In questo senso nel Recovery Plan la parola importante è “plan” perché questo cambiamento deve essere equilibrato nelle sue diverse componenti e affidato a persone che sono in grado di gestire competenze e processi e poi c’è il ruolo della tecnologia. Se questi tre elementi non vanno assieme è vero che ci saranno solo costi aggiuntivi per i cittadini”.