Decarbonizzazione
Lukas Schulze/Getty Images 

Altri sette Paesi rinunciano alle centrali a carbone, ma resta il nodo Cina

Ci sono anche Germania, Francia e Gran Bretagna tra gli aderenti a "No new coal", alleanza contro la costruzione di nuovi impianti. Intanto Pechino annuncia che non realizzerà più centrali all'estero

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Segnali d'intesa per un mondo non più dipendente dal carbone. Fra poco più di un mese a Glasgow, in Scozia, i leader di tutto il mondo si incontreranno alla Cop26, Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite, per trovare una ricetta condivisa e metterla in pratica nel tentativo di fermare le emissioni climalteranti che stanno portando il Pianeta verso il +1,5° C rispetto ai livelli preindustriali.
 

Quasi tutti, come ci ricordano gli scienziati, hanno ormai chiaro che centrali a carbone per ottenere elettricità e basati sui combustibili fossili, producendo oltre un terzo delle emissioni di CO2 di tutto il mondo, sono un sistema di produzione energetico ormai insostenibile. 
Per questo motivo, la partita di diplomazia climatica che si gioca in queste ore, è fondamentale: quanti e quali paesi riusciranno veramente a dire addio al carbone per basarsi sulle fonti rinnovabili?
La buona notizia è che, seguendo le linee dell'accordo "No new coal",  sette paesi hanno recentemente firmato un impegno per fermare la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone: Cile, Danimarca, Francia, Germania, Montenegro, Sri Lanka e Regno Unito. 
L'accordo stabilisce che questi stati non costruiranno più impianti del genere e molti di questi hanno già un piano anche per smantellare le attuali centrali o convertirle. Per le Nazioni Unite, che sperano di vedere sempre più paesi (tra questi anche Pakistan e Malaysia) su questa strada in vista della Cop26, è un ottimo passo in avanti, se davvero come ha detto il presidente della Conferenza Alok Sharma il vertice dovrà "consegnare il carbone alla storia".


 
Altri paesi, a breve, potrebbero inoltre aderire all'accordo guidato da un'Europa che tenta di essere sempre più leader nella battaglia alla crisi climatica. Finora, in un'altra iniziativa nota come Powering Past Coal Alliance e che comprende 41 Paesi, altri stati si erano già impegnati ad eliminare gradualmente ed entro il 2030 l'uso delle fonti fossili, oltre a promettere di non costruire nuovi impianti. Altrettante nazioni fuori da questo accordo "non hanno centrali elettriche a carbone in cantiere" ha ricordato a Bloomberg il think tank ambientale E3G, sottolineando che il cammino verso la decarbonizzazione nel mondo è ormai tracciato.


Inoltre, il recente Global Methane Pledge lanciato da Stati Uniti e Europa accomuna diversi Paesi nella corsa alla riduzione di emissioni (del 30% in un decennio) da metano, oppure esistono già intese come il Beyond Oil and Gas Alliance (tra i firmatari Danimarca e Costa Rica) per porre fine all'estrazione di petrolio e gas entro il 2050.
Patti ed impegni lodevoli, che però potrebbero non bastare nell'inseguire la necessità - come ha ricordato la IEA (Agenzia internazionale per l'energia) - di cessare davvero entro il 2040 tutte le emissioni da centrali a carbone e tentare così di evitare un ulteriore surriscaldamento della Terra.
 
Ancora troppi Paesi, determinanti nella questione climatica, sono infatti lontani da un concreto addio al fossile. Fra questi c'è per esempio l'Australia, che sarà una "osservata speciale" al vertice scozzese. 
L'attenzione del vertice in termini di decarbonizzazione è poi chiaramente puntato verso le grandi potenze economiche (e inquinanti), dagli States all'India sino alla Cina.
 
Quest'ultima, recentemente, ha fatto sapere come ha dichiarato il presidente Xi Jinping che smetterà di costruire centrali elettriche a carbone all'estero. Una notizia per ora priva di dettagli concreti, ma sarebbe un enorme passo in avanti, ponendo fine per esempio a 235 milioni di tonnellate di emissioni (dati Global Energy Monitor). A dire basta alla costruzione estera di impianti a carbone poco prima erano stati anche Giappone e Corea del Sud che insieme alla Cina sono responsabili di oltre il 95% di tutti i finanziamenti esteri per le centrali di questo tipo.


 
Secondo Chris Littlecott di E3G  "la decisione della Cina è praticamente la fine del finanziamento pubblico per il carbone. Gli investitori privati ora affrontano da soli tutti i rischi di investire nel carbone" ha detto a Bloomberg.
 
Nonostante la decisione cinese sia stata naturalmente accolta positivamente in vista della Cop26, preoccupa però ancora la questione interna, ovvero il numero di centrali che in Cina continuano a fare affidamento sulle fonti fossili. La Cina ha fissato il suo cammino per le zero emissioni entro il 2060, ma potrebbe essere già tardi, sostengono diversi analisti.
Per raggiungere il suo obiettivo infatti la Cina dovrà chiudere quasi 600 delle sue centrali elettriche a carbone nel prossimo decennio e sostituirle con la produzione di elettricità rinnovabile. Essendo la Cina il più grande produttore di gas serra al mondo, e ancora fortemente dipendente dal carbone per il proprio fabbisogno energetico, è chiaro che uno dei nodi cruciali per una vera decarbonizzazione globale è tutto intricato nelle scelte cinesi.
Il governo asiatico a parole sta prendendo diversi impegni e fissando obiettivi, ma lo scorso anno ha comunque messo in funzione diverse centrali elettriche a carbone: decisiva quindi, nella sfida concreta alla rapida cessazione dell'uso del carbone per evitare il peggioramento delle minacce climatiche, sarà  la credibilità di paesi come la Cina nell'applicare davvero, con i fatti, politiche ambientali verso le zero emissioni.