Crisi climatica

2500: l'anno dell'estinzione. Dell'uomo

Il riscaldamento globale che stiamo mettendo in atto non sarà una crisi temporanea. Avrà conseguenze a lungo termine e durerà per centinaia di anni. Ecco come cambierà il Pianeta

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Il clima della Terra e i suoi ecosistemi stanno cambiando e in futuro la vita dell'uomo sarà sempre più a rischio. Il riscaldamento globale che stiamo mettendo in atto infatti non sarà una crisi temporanea. Avrà conseguenze a lungo termine e durerà per centinaia di anni. Già ora, nonostante i governi abbiano messo in atto delle azioni, c'è il rischio di spingerci oltre al limite di 1,5 °C previsto dagli accordi di Parigi e anche se li mantenessimo, secondo alcune proiezioni, i gradi di rialzo diventeranno 3,6 nel 2200. Il 2100, l'anno che viene fissato dai modelli climatici dell'Ipcc potrebbe rappresentare una visione troppo stretta. Il tempo non finisce lì e, a meno che il Sole non si spenga prima, il Pianeta continuerà ad esistere e, in teoria, anche noi. Alla fine di questo secolo si raggiungerà solo un picco, non una fine.

Lo studio di un team internazionale, al quale hanno partecipato ricercatori delle università McGill del, Quebec, Canada, Oxford, Leeds e New York, ha indagato su quanto potrebbe succedere, in base ai vari scenari previsti dall'Ipcc, oltre la data fissata dagli esperti climatici, ovvero nel 2500.

Il World Climate Research Programme, un programma internazionale che aiuta a coordinare la ricerca globale sul clima, ha effettuato previsioni per il 2300 ma non vengono studiati i cambiamenti della terra utilizzabile, le temperature, i cambiamenti agricoli, la disponibilità di acqua potabile.

I ricercatori americani, canadesi e inglesi hanno invece  provato a fare predizioni climatiche che si spingono 200 anni oltre in base ai tre scenari Ipcc: Rcp 2,6, che prevede un taglio netto e l'aumento di 2.2 °C, Rcp 4,5, con riduzioni consistenti e un aumento di 2-3 °C e RCP 6, che prevede riduzioni blande e un aumento di 3-4 °C. Le hanno poi tradotte in immagini che mostrano come potrebbe cambiare il panorama. I luoghi prescelti sono il Midwest amercano, il granaio del mondo, la foresta Amazzonica, il sub continente indiano, una delle zone più popolate della Terra.

Nel Midwest, che ora è caratterizzato da inverni freddi ed estati calde, la monocultura di cerealipotrebbe essere sostituita da piante subtropicali come gli ananas. Nel bacino amazzonico la foresta sarà degradata o assente a causa dello stress idrico. In India il calore estremo renderà difficile lavorare all'aperto e saranno necessari dei vestiti protettivi, o droni e macchinari che sostituiscano l'uomo.
 

Su tutto il Pianeta la vegetazione cambierà e la produzione agricola si ridurrà. I livelli del mare continueranno ad alzarsi anche dopo la stabilizzazione, a causa dell'accumulo di calore nei fondali oceanici. Sarà anche necessario organizzare una diversa mobilità umana dovuta alle migrazioni che si verificheranno dalle regioni meno abitabili.

La prima vittima sarà proprio l'uomo. Le ondate di calore saranno fatali quando le temperature andranno oltre i 35 gradi per oltre 6 ore. La stima è stata effettuata tramite lo Universal Thermal Climate Index, un parametro che verifica i collegamenti tra ambiente e benessere umano in base anche all'umidità, alla radiazione solare, al vento. Già ora sono sottoposti a questo fenomeno l'India e gli Usa meridionali, ma entro la fine del secolo anche il Mediterraneo si troverà in questa situazione e Africa, Amazzonia. Penisola Araba, Asia meridionale e nord Australia avranno il 50 per cento in più di episodi di stress da calore.

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Il calore eccessivo creerà problemi anche a molte infrastrutture da cui dipendiamo, come elettricità, trasporti, agricoltura. Le piante saranno meno produttive, si dovranno adattare, dovranno essere delocalizzate e sarà necessario convertire altri tipi di terre alle coltivazioni. I territori dove crescono le 10 colture principali, cassava, mais, patata, riso, sorgo, soia, patta dolce, taro, grano e igname, si ridurranno. Avverranno spostamenti verso Nord, ma le aree coltivabili si ridurranno del 14,9% per le essenze tropicali e del 18,3% per quelle delle fasce temperate e con una popolazione che potrebbe raggiungere i 16 milioni nel 2100 significherebbe la fame. Solo se  riusciremo a stare entro i limiti più bassi otterremo il 2,9%. Anche il suolo potrebbe comportarsi diversamente e non immagazzinare più, ma rilasciare, carbonio.

Attualmente abbiamo già riscaldato il Pianeta di 1 °C. Tornare a una situazione pre industriale è  impossibile, a meno che non vengano fisicamente rimossi i gas. 

I cambiamenti che stanno avvenendo, dicono gli studiosi, impongono una nuova organizzazione. Prima di tutto il taglio delle emissioni, ma anche una visione più lunga, che comprenda e anticipi gli effetti dei disastri ecologici, calcolati in base ai vari scenari che conosciamo oggi. Dovrà consentire di programmare azioni sul lungo termine per sviluppare strutture che permettano un costante accesso delle risorse per tutti.