Biodiversità

Incendi e cambiamenti climatici, l’orecchione sardo rischia l’estinzione

Foto di Mauro Mucedda 
Un nuovo studio lancia l’allarme per una specie di pipistrello endemica della Sardegna: la popolazione ha subito un calo del 63,4% tra il 2003 e il 2020. E ora gli esperti chiedono che si intervenga prima che sia troppo tardi
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C’è un piccolo pipistrello di 45 millimetri che rischia l’estinzione. Vive soltanto in Sardegna, nelle zone calcaree del Supramonte di Oliena e di Baunei e attorno al complesso montuoso del Gennargentu: qui, nei secoli, si è sviluppato quel che si definisce un endemismo, l’unico che riguarda i chirotteri in Italia. Ma ora per difendere l’orecchione sardo (Plecotus sardus il nome scientifico) dall'estinzione bisognerà impegnarsi, e molto. Già, perché gli incendi estivi ricorrenti, che funestano puntualmente l'isola, insieme al riscaldamento globale, che si è tradotto in lunghi periodi di siccità alternati a improvvise precipitazioni, ha brutalmente falcidiato la popolazione della specie.

L’allarme arriva da uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Biodiversity and Conservation dal titolo “Wildfires, heatwaves and human disturbance threaten insular endemic bats”. I dati raccolti attraverso il conteggio delle colonie riproduttive dell’orecchione sardo hanno evidenziato un calo del 63,4% della popolazione tra il 2003 e il 2020, passata da 950 ad appena 340 individui. In diciassette anni, dunque, sette pipistrelli su dieci sono scomparsi. “La crescita delle colonie è fortemente limitata dagli incendi ricorrenti, che impattano l’habitat in cui questa specie si alimenta, ma anche le ridotte precipitazioni estive e le ondate di calore sono fattori di minaccia importanti che identificano i cambiamenti climatici come principali fattori di rischio, insieme con il disturbo diretto dei rifugi da parte dell’uomo” denuncia Danilo Russo, docente associato di zoologia all’università di Napoli Federico II e autore dello studio insieme a Leonardo Ancillotto, Gaetano Fichera, Ermanno Pidinchedda, Michael Veith, Andreas Kiefer e Mauro Mucedda.

E dunque la conclusione è particolarmente inquietante: Plecotus sardus è tra i mammiferi più minacciati su scala globale. Con l’auspicio che ne prenda nota, prima possibile, anche l’Unione internazionale per la conservazione della natura, la Iucn, che potrebbe classificare la specie come “minacciata in modo critico”, occorre provare a invertire il trend. Già, ma come? “Bisogna immediatamente sviluppare dei piani di recupero per invertire il trend della popolazione”, spiegano i ricercatori, istituendo nuove aree protette, combattendo con maggiore convinzione gli incendi boschivi e acquistando gli edifici, spesso abbandonati, nei quali risiedono le ultime colonie di orecchione sardo, destinandoli alla conservazione della specie”. Si tratta in molti casi di edifici esposti al vandalismo, con danni potenziali agli animali. E del resto l’area geografica di diffusione dell’orecchione sardo, già così limitata, rende la specie – che differisce dalle altre specie di orecchioni per alcuni caratteri morfologici (la forma del trago, il colore della pelliccia e la dimensione del piede) - particolarmente vulnerabile all’azione umana, diretta o indiretta.

Foto di Mauro Mucedda 

La fragilità delle specie endemiche, ancor di più quelle insulari, è uno dei grandi temi della conservazione della biodiversità nell’era contemporanea. “Proprio così. – conferma Russo - Le isole ospitano numeri elevati di specie endemiche e queste sono specialmente esposte a fattori di alterazione ambientale, in particolare legate all’azione dell’uomo, perché le loro popolazioni sono tipicamente piccole e le risorse presenti sulle isole naturalmente scarse”. Accade, per esempio, su un’isola più piccola della Sardegna, Capri: la sottospecie lucertola azzurra (Podarcis siculus coeruleus), che deve la sua colorazione a un “ipercromatismo” frutto di un particolare adattamento evolutivo, deve fare i conti con i rischi del cosiddetto “overtourism”, il turismo di massa. “E si tratta di una popolazione fragile dal punto di vista conservazionistico proprio per l’imprevedibilità dell’ambiente in cui vive, un faraglione, dove basta una mareggiata o un’estate siccitosa per un suo significativo decremento”, spiega Domenico Fulgione, che insegna zoologia ed evoluzione presso i corsi di laurea in Scienze Naturali dell’Università Federico II di Napoli e che da tempo svolge la sua ricerca su specie e popolazioni di fauna selvatica studiando le risposte adattative a diverse pressioni selettive.


Quanto ai pipistrelli, un caso di studio particolarmente interessante ha interessato le colonie che popolano il Parco nazionale del Vesuvio dopo i consistenti incendi dell’estate 2017, con la distruzione di circa tremila ettari di macchia mediterranea e danni importanti alla biodiversità dell’area. In un lavoro firmato da Danilo Russo, Leonardo Ancillotto e Luciano Bosso (Università di Napoli Federico II) e da Paola Conti (Parco nazionale del Vesuvio) e pubblicato dalla rivista Animal conversation, le dodici specie di pipistrelli presenti intorno al cono avevano evidenziato una grande capacità di “plasticità”, oggi si direbbe resilienza, già a distanza di un anno dalle aree incendiate, o nei loro dintorni. “Ma non si possono fare analogie diretta con la Sardegna – annotano i ricercatori – perché non c’è una ciclicità degli incendi sul Vesuvio paragonabile a quella dell'isola e soprattutto perché le specie che popolano l’area del Parco nazionale campano non sono endemiche, sono diffuse in ampie regioni europee e non sono, fortunatamente, a forte rischio di estinzione”. L’orecchione sardo, invece sì. Ecco perché si rischia seriamente di perdere un piccolo, grande patrimonio di biodiversità.